Rose, rose

Rose, rose
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Sdraiata a terra, nel parcheggio semibuio, Megan Harpur è morta. Ma la spesa dello shopping serale è intatta per terra. Nessuna violenza sessuale o magari rapina. A tarda  ora, di notte, chissà cosa ci faceva una bella donna da sola nel piazzale antistante la stazione. Niente di che. Stava tornando a casa per dire al marito che se ne andava. Per sempre. La sua vita oramai era altrove. Colin Hapur, il coniuge, è poliziotto. Avvezzo alle storture improprie del proprio lavoro, dove giustizia, corruzione, invidia e perfidia sono all'ordine del giorno, timbrano il cartellino come normali impiegati quotidianamente. Colin è anche capace di ritagliarsi avventure extraconiugali numerose, come l'ultima, con una studentessa ventenne, Denise, che si è innamorata follemente di lui. Piace alle donne, a lui piace piacere. Ma continuava  comunque questo legame insolito con la moglie, per mantenere la famiglia, composta oltre a Megan dalle due scafate figlie Jill e Hazel, due adolescenti cui non puoi nascondere oramai più nulla, anzi. Sono due sfibranti, perpetue, petulanti accusatrici. Chi mai poteva avere l'interesse ad accoltellare Megan, donna disinibita, ancora bella ed oramai decisa a lasciare Colin per un altro poliziotto, Tambo? Già. Una condanna. Alla fine Megan scappa da un uomo in divisa per averne un altro uguale. Ma non troppo. Anzi. Tambo è diverso, dalle maniere affabili, pieno di cure e comprensione, oramai emigrato definitivamente a Londra e dunque avviato ad una brillante carrriera. Una vita lavorativa folgorante, nonostante in provincia avesse lasciato più di un dubbio, par il suo operato non sempre inattaccabile. Dunque Megan ha pagato con la vita qualcosa che lei non sapeva, ignorava del tutto, una oscura minaccia che proveniva da uno dei suoi legami emotivi, lei donna piena di dubbi ma generosa e presente, quasi encomiabile, anche se oramai fedifraga traditrice, contraddittoria certo, come solo le donne sanno sapientemente esserlo. Forse, dunque, è stato qualcuno che aveva a che fare non con lei, ma con i suoi amanti, passati e futuri. Una vendetta magari, o un avvertimento, una minaccia. Ma cosa c'entrava lei che fra mille ripensamenti finalmente proprio quella sera aveva deciso che sì, era il momento giusto per andarsene lei, d'un tratto così vanitosa, che lancia sguardi provocanti ad un misterioso passeggero che è sul suo stesso treno e la guarda con insistenza non insolente ma decisa, mirata, misteriosa…
Molto riuscita la struttura di questo giallo anomalo, con una architettura narrativa costruita asincronicamente, su due piani temporali, il pre ed il post omicidio della donna. Ci lasciamo raccontare da Megan le sue ultime inconsapevoli ore, mentre in altri capitoli si sviluppano le indagini, gli attriti, le ritorsioni di un marito che tale non era più di fatto e di diritto e dei suoi colleghi che per un motivo o l'altro né lo trattengono né lo spingono, convinti che ogni mossa può alterare sclerotici equilibri di potere e di giustizia, perché la polizia vigila ma non è vigilata e l'occasione fa l'uomo ladro, anche se in divisa. Bill James, l'autore, è un gallese del 1929 e indubbiamente ha mostrato notevoli doti come qualche decisa pecca. Serrati, quasi claustrofobici i dialoghi, incalzante e ritmata l'azione, non sempre riuscita la credibilità dei personaggi, specie le figlie di Colin, troppo argute, pronte, quasi malefiche streghe solo a volte avviluppate dal pianto e dai patemi tipici dell'età. Ma un giallo di classe, con annessi e connessi, una velata critica mai distruttiva ed invadente di certi meccanismi del consumismo e dello Stato in epoca oramai lontana come gli anni novanta. 

 

 

 
 
 
 
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