Rosso velabro

Rosso velabro
363 d. C.: l'imperatore Giuliano è lontano da Roma, impegnato in una sanguinosa campagna militare contro i Persiani, e il senatore Giunio Bruto, che aspira alla carica di console, ha deciso di offrire a Roma fastosi giochi gladiatori. Sin dalle prime luci del mattino l'anfiteatro Flavio è stracolmo di spettatori, e anche quello che resta della corte – molti dignitari sono partiti al seguito di Giuliano – ha preso posto in tribuna. Dopo un antipasto a base di un prigioniero sbranato da un gigantesco orso e un emozionante scontro tra 80 gladiatori in campo aperto, il pezzo forte della giornata, tanto atteso dalla folla: il combattimento tra il leggendario gladiatore Armodio, trionfatore di innumerevoli battaglie, e tre essedarii alla guida di altrettanti carri da guerra. Una sfida apparentemente disperata per il finora invincibile Armodio, che subodora una vendetta da parte dell'anziano preaefectus Urbis Lavinio Regolo, del quale ha sedotto la giovane e bellissima moglie Domizia. Una sfida però che il gladiatore affronta con valore e perizia, neutralizzando due degli avversari: la folla ormai ci crede, ma sul più bello Armodio getta lo scudo, si toglie l'elmo, conficca in terra la daga, si spoglia nudo e offre la schiena all'avversario, lasciandosi fare a brandelli dalle lame del carro dell'essedario rimasto. Perché questa scelta, che somiglia più a un rituale che a una resa? Se lo domanda il pubblico attonito, ma se lo chiede soprattutto Caio Celso, aedilis innamorato del pensiero di Seneca, seguace della religione mitraica, implacabile investigatore e responsabile dell'ordine pubblico a Roma. Ma non c'è tempo per trovare risposte alle domande che affollano la mente di Caio Celso, perché quella sera stessa il giovane attore Mnestere, star del teatro di Marcello, mentre si reca a un appuntamento amoroso con Domizia (sempre la solita moglie di Lavinio Regolo, ragazza a quanto pare a dir poco leggera) trova la sua amante, la di lei ancella Prima e l'amico fidato Timarco barbaramente uccisi da mani misteriose. Cosa diavolo sta succedendo a Roma?
In edizione riveduta e ampliata (ci sono un breve prologo e un lungo epilogo, più in appendice un glossario e una serie di utili notazioni storiche) torna il primo capitolo della saga di Caio Celso - originariamente pubblicato nel 2002 per i tipi di Irradiazioni ma ormai introvabile – al quale negli anni scorsi ne sono seguiti altri due. Il romanzo comincia come un giallo storico ma diventa ben presto, con l'irruzione del soprannaturale (con tanto di divinità etrusche dell'Aldilà scatenate per le strade dell'Urbe) un corrusco fantasy che è l'occasione per uno sfoggio di cultura storica da parte dell'autore, quel Luigi De Pascalis che è uno dei numi tutelari della narrativa fantastica in Italia. Essenziale anche la sottotrama che racconta lo scontro culturale tra paganesimo e cristianesimo: e il fatto che De Pascalis abbia voluto un protagonista di religione mitraica  che vive ai tempi dell'imperatore Giuliano, colui che passò alla storia come “l'Apostata” e che coltivò il folle e romantico sogno del ritorno alla tradizione pagana per una Roma ormai prossima a diventare la capitale della cristianità, la dice lunga sulle sue opinioni in materia. Nota a parte per l'epilogo (che si svolge più o meno nel 395 d. C., per i feticisti della continuity), un claustrofobico, agghiacciante incubo ambientato sulle sponde del piccolo lago Nemorense che sembra uscito dalla penna di Robert E. Howard. Un vero gioiello che fa conquistare il massimo dei voti a un libro altrimenti godibilissimo ma non impeccabile.

 

 

 
 
 
 
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