Rotta su Cuba

Rotta su Cuba

Il primo viaggio di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo iniziò il 3 agosto 1492 da Palos, la città spagnola in cui fece ritorno il 15 marzo dell’anno successivo. Il testo originale del Diario di bordo scritto dall’Ammiraglio “del Mare Oceano” ‒ così l’esploratore fu nominato dai sovrani di Castiglia ‒ è andato disperso, ma dell’impresa restano il corposo estratto che ne fece Bartolomeo de Las Casas, due lettere dello stesso Colombo ad altrettanti funzionari del Regno d’Aragona e ancora un’epistola dell’erudito milanese Pietro Martire d’Anghiera, “cronista real” in Spagna, scritta all’amico Ascanio Sforza Visconti, cardinale in Italia. In tutti i documenti si riferisce ampiamente dell’approdo delle tre caravelle a Cuba, Colba nella lingua locale, subito ribattezzata Juana, in onore di Juan, il figlio dei sovrani d’Aragona. Agli occhi di Colombo l’isola apparve tanto grande da essere scambiata per la terraferma, il favoleggiato Catay. E non meno stupore destarono la flora lussureggiante, la ricchezza mineraria e le popolazioni apparentemente pacifiche, caratteristiche molto simili a quelle della vicina isola di Bohío, rinominata presto Española. Quei paesaggi e quelle realtà entusiasmarono così tanto lo scopritore che, appena sei mesi dopo il ritorno a Palos, con una flotta di diciassette navi ripartì per approfondirne la conoscenza…

Ci fosse un equivalente libresco per l’adagio “l’abito non fa il monaco”, Rotta su Cuba ne sarebbe un esempio convincente. La grafica non particolarmente accattivante e l’assenza di note biografiche sull’autore e di una prefazione a spiegare i motivi della ricerca potrebbero scoraggiare la lettura di un libro che, invece, merita attenzione e regala alcune sorprese. Con uno stile asciutto e una logica rigorosa, Domenico Capolongo ha creato un’opera accurata e agile insieme su un argomento a lungo (e tuttora) trascurato: la presenza degli italiani a Cuba dal XV al XVIII secolo. Il legame dell’isola con l’Italia risale alla scoperta del Nuovo Mondo, partecipando al primo viaggio di Colombo anche tre suoi connazionali. E, ancora, a lasciare testimonianza scritta dei primi anni dell’esplorazione di Cuba furono, Colombo a parte, il già citato Pietro Martire d’Anghiera e il savonese Michele da Cuneo. Attraverso studi d’archivio svolti da storici cubani, che l’autore dimostra di conoscere personalmente, si apprende come già nel Cinquecento la presenza degli italiani fosse elevata (varie centinaia), per aumentare nei secoli seguenti. E si trattava, oltre a uomini di mare e artigiani, anche di italiani illustri, come i fratelli Antonelli, gli ingegneri militari che progettarono le fortificazioni ancora visibili sull’isola o il viaggiatore Giovanni Francesco Gemelli Careri, che nel 1698 sostò due mesi all’Avana e di cui l’autore riporta alcuni capitoli del Giro del Mondo.



 

 

 

 
 
 
 

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