Süss l'ebreo

Süss l'ebreo
Germania, inizi del 1700. Quando lo spregiudicato Duca Carlo Alessandro sale al potere nel Wurttemberg, il giovane finanziere ebreo Süss Oppenheimer, che aveva scommesso su di lui e lo aveva appoggiato, ottiene in cambio l'amministrazione dello Stato, che esercita con pugno di ferro ed indubbio talento, dirottando però verso i suoi conti personali enormi fortune. Süss, avido da sempre di fama e potere, e restio ad assumere la posizione defilata tipica degli ebrei dell'epoca, non si limita a questo: diventa complice del Duca nelle sue infinite scorribande amorose ed egli stesso uno dei protagonisti della vita mondana della nazione. Ma l'influente ebreo nasconde un segreto: ha una figlia adolescente, che dopo una serie di vicissitudini diventa ella stessa oggetto delle brame sessuali del Duca. Nel frattempo, l'odio del popolo e di una parte della nobiltà verso Süss non fa che aumentare...
Basato, come molti degli scritti di Lion Feuchtwanger, su fatti storici, Süss l'ebreo descrive mirabilmente il rapporto tra l'uomo ed il potere, anzi tra un uomo ed il potere. Süss Oppenheimer, rampante ed ambizioso dandy che prima è disposto a sacrificare tutto, anche la sua umanità (al punto di nascondere anche a se stesso sua figlia) pur di scalare le vette della ricchezza e della fama, e che poi una volta di fronte al dramma ed alla sofferenza procede alla disintegrazione sistematica e feroce della sua immagine pubblica, in un rito catartico talmente profondo e necessario che non può arrestarsi neanche di fronte alla scoperta di non essere ebreo di origine, bensì il frutto di una scappatella di sua madre con un nobile cristiano, è una figura titanica, tragica nel senso classico del termine. Con stile sorprendentemente moderno ed un profondissimo senso dell'ironia, Feuchtwanger racconta ascesa e caduta di Süss nel mondo materiale. Come spesso accade, l'interiorità del protagonista è inversamente proporzionale: mentre una retta nel grafico precipita verso il disastro e la morte, un'altra si impenna, fino a che un uomo trova la forza e l'orgoglio di guardare negli occhi i suoi carnefici e, cosa ancor più importante, il suo volto allo specchio. Da questo romanzo, dapprima comprensibilmente bandito dal regime nazista, fu in seguito tratto un film che lo storico David Stewart Hull nel suo Il cinema nel Terzo Reich definisce "il più famigerato del Terzo Reich". Veit Harlan, il regista del film, su input diretto di Goebbels, stravolse completamente il senso della vicenda, e ne fece un manifesto dell'antisemitismo più becero, proprio quello che nel romanzo viene continuamente attaccato, denunciato e messo in ridicolo. Per una maligna ironia della sorte, Himmler imponeva la visione del film a tutte le truppe del Reich proprio negli anni nei quali Lion Feuchtwanger era costretto a fuggire dalla Germania per evitare le persecuzioni naziste.

 

 

 

 
 
 
 
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