Sabbia nera

L’Etna è in piena attività, i suoi boati si sentono anche dal mare, limpido e ancora caldo in questi giorni di fine estate. Una nube nera di polvere vulcanica scende giù come una pioggia scura e ricopre strade e automobili, sovrasta Catania e la provincia etnea. Accoccolata su un’amaca, il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina, si gode lo spettacolo naturale di cenere e lapilli. Palermitana, trentanovenne e vaccinata da sei anni di duro lavoro all’Antimafia, la poliziotta è approdata a Catania dopo una difficile parentesi di tre anni vissuti lontano dalla Sicilia. Ama i casi impossibili, le rogne e i vecchi film italiani d’autore. Sta per prepararsi a una serata da divano e Mimì metallurgico ferito nell’onore , quando la vibrazione del telefono annienta ogni aspettativa di stravacco da fine giornata. È l’ispettore capo Spanò: un cadavere è stato ritrovato a Sciara, nella villa dei Burrano, potente e facoltosa famiglia catanese. Sul pavimento di un montavivande giace il corpo mummificato di una donna. Ha ancora un fazzoletto di seta in testa e indossa un cappotto di pelliccia. Gli indizi repertati sulla scena del ritrovamento, i dati autoptici e le analisi della scientifica datano la morte della donna a molti decenni prima, probabilmente alla stessa epoca di un omicidio avvenuto proprio in quella villa, quello del proprietario, Gaetano Burrano. Per quel delitto è stato processato e incarcerato il suo fedele ragioniere, imparentato con una famiglia mafiosa interessata alla costruzione di un acquedotto nei terreni della vittima. Quella donna dal corpo mummificato e senza nome scatena l’istinto da segugio della Guarrasi, per nulla demotivata dalla distanza temporale rispetto agli eventi che hanno portato al macabro ritrovamento. Il suo fiuto investigativo le suggerisce che si tratti di un omicidio e che ci sia un collegamento diretto con l’assassinio di Gaetano Burrano. A sostenere la sua ipotesi, oltre alla sua formidabile squadra di poliziotti scelti, Spanò, Fragapane, Bonazzoli e perché no, anche quel bulletto di Lo Faro, c’è il commissario in pensione Biagio Patanè, arzillo ottantenne, che all’epoca dell’assassinio di Burrano aveva nutrito molti dubbi sulla verità processuale che aveva condannato al carcere un uomo probabilmente innocente. Riaprire il fascicolo di un delitto risolto cinquant’anni prima e indagare su una mummia in foulard e pelliccia non è uno di quei casi che farebbero impazzire i rampanti detective desiderosi di far carriera, ma Giovanna Guarrasi è nata poliziotta e ogni delitto e ogni prova devono quadrare perfettamente come il dare e avere alla chiusura del bilancio di verifica…

Il primo romanzo giallo di Cristina Cassar Scalia promette di essere la “puntata pilota” di una serie di successo e il vicequestore Vanina e la combriccola di personaggi che popolano le sue indagini hanno tutte le carte in regola per tenere il lettore incollato alle storie e ai luoghi, in cui prendono vita le vicende della Squadra Mobile catanese. La Sicilia e il suo vulcano non sono semplici elementi di ambientazione e sfondo, ma sono la creta che dà forma ai personaggi, l’alfabeto che rende sonanti le loro parole. Leggendo Vanina, non si può fare a meno di pensare al più famoso commissario letterario siciliano, quel Montalbano che condivide la sua stessa terra e non poche passioni, vizi e virtù. Cristina Cassar Scalia, medico oculista, nata a Noto nel 1977, è alla sua terza prova come scrittrice di romanzi. Vincitrice nel 2014 del Premio Internazionale Capalbio Opera Prima con La seconda estate , nel 2016 ha pubblicato Le stanze dello scirocco , un romanzo ambientato a Palermo, nel fermento delle rivolte del ’68. La Sicilia, le donne e il passato sono tre elementi che caratterizzano le storie dell’autrice netina: donne coraggiose, che amano passionalmente, i loro uomini o le loro idee, per le quali sono disposte a dare la vita. Di Sabbia nera sono stati opzionati i diritti cinema e tv e chissà che non ci ritroveremo presto a conoscere una Vanina in carne e ossa e pixel.



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