Sabotaggio d’amore

Sabotaggio d’amore
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Nella città dei ventilatori, ovvero la Pechino comunista degli anni ’70,  tutto è splendido o orribile per una bambina di 7 anni, chiusa nelle sue granitiche certezze come in un fortino inespugnabile. La bambina in questione è la figlia di un diplomatico belga costretto a trasferirsi dal Giappone alla capitale cinese, precisamente nel ghetto di San Li Tun, dove risiedono altri diplomatici con le rispettive famiglie. Bambini accomunati da un destino comune, d’improvviso rinchiusi in uno spazio piccolo, riservato solo a loro, che li costringe, volenti o nolenti, a passare le loro giornate sempre insieme, instaurando non fraterni rapporti ma alleanze e rivalità che conducono a una vera e propria “guerra mondiale”, in cui i piccoli combattenti saranno impegnati per tre lunghi anni: la nostra protagonista viene selezionata come esploratrice, per la sua corporatura minuta e la sua rapidità nei movimenti. Un ruolo che la esalta e la spaventa nel solito modo, come la eccitano i crudeli espedienti che volta per volta il suo esercito riesce a scovare per far soccombere i nemici, costretti a essere ricoperti di vomito, o di pipì, o ancora abbandonati al freddo e alle intemperie. Ma a farla emozionare ancor più in tutta questa convulsa serie di eventi che trascina i giovani rampolli dei diplomatici, sarà la scoperta del vero amore, incarnatosi ai suoi occhi nell’affascinante Elena, una ragazzina italiana anche lei del quartiere. Sbalordimento, amore, altruismo e umiliazione: sono le sensazioni che la accompagneranno da questo momento in poi, esattamente da quando si decide a dichiararsi a lei, ricorrendo alla massima semplicità ed efficacia di un “Mi devi amare”, accolto da Elena con una sonora risata…
Un gruppo di bambini lasciati soli e liberi, esposti alla loro cattiveria e ai loro istinti primordiali: il ritratto che Amélie Nothomb fa dell’infanzia in Sabotaggio d’amore non è certo dei più rosei e spensierati. È un fatto noto, certo, che i più piccoli possano essere capaci di notevoli crudeltà verso i loro compagni, ma leggere le vicissitudini di questa giovanissima comunità attraverso i diretti racconti di una di loro, consente davvero l’ingresso in una realtà allucinante e semi allucinogena, in cui amore e odio si alternano con una rapidità sorprendente. Le particolarità dell’atmosfera si riconducono anche ai costanti rimandi al regime comunista, anche questi appunto filtrati attraverso la sensibilità di una bambina di 7 anni, ma non per questo meno evidenti o tratteggiati. La piccola narratrice vive sulla sua pelle le emozioni in maniera forte, fortissima, come se fosse totalmente nuda, esposta a ogni sensazione e priva di difese. I primi segnali di un innamoramento, si sa, sono sempre i soliti, ma raccontati da lei si rivestono di un’aura tutta particolare, proprio perché, si percepisce, vengono avvertiti in maniera ancora più intensa, a tratti lacerante. La poliedrica Amélie racconta in questo romanzo una storia che di sicuro le appartiene moltissimo, in quanto figlia di un diplomatico belga, perennemente in giro per il mondo: tutto suo è lo stile e la maniera di raccontare una vicenda in parte autobiografica in parte intrisa di dettagli fantasiosi e quasi fatati. 

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