Saltatempo

Saltatempo
Prende la parola quando è già grande, Lupetto. E se ne ritorna ai tempi di quando era  ancora ingenuamente bimbo e se ne andava allegro e zompettante per un dirupo, verso la scuola. Siamo in un piccolo paese di provincia, un paese pedemontano, abbarbicato sui monti, fiero della propria lontananza dal resto e dal resto beatamente ignorato. Anni Sessanta, il miracolo economico è alle porte. Ed un miracolo accade, ma di carattere soprannaturale. Perché Lupetto un bel giorno incontra un Dio, un Dio maleodorante ed appartato, che tutto sembra meno che divino eppure ha immensi poteri. Che regala al bimbo la capacità di giocare col tempo.  Ora lui avrà il "peso" di saper parlare alle forze magiche della natura, con l'aggravante di avere visioni che gli squarciano il futuro e gli freddano ogni entusiasmo. Tutto questo grazie all'oribilogio, che lo farà diventare Saltatempo, la innaturale e fedifraga capacità di ignorare le note, attuali leggi sullo scorrere dell'esistenza.  Niente sarà come prima, nulla. Col padre falegname come quello di Pinocchio, frequentante la scuola elementare, assieme agli amici di sempre che non si possono cambiare perché il paese è piccolo e i pre-adolescenti solo quelli,  compresa la buffa Selene, la  sua "morosa", Lupetto /Saltatempo vivrà quello che gli altri neanche sanno di dover vivere. Perché verranno la costruzione dell'autostrada, il bosco che minaccia il quieto vivere quotidiano, il fiume che si ribella, un amico  che prima o poi sarà testarda vittima della droga e altro, altro ancora, come il Sessantotto, lotte economico-sociali, lo scontro padroni-lavoratori. Una metafora veloce e malinconica, irrorata di ironia su un paese che cambia e quel paese è ovviamente la nostra Italia…
Però coraggio Saltatempo. L'autobus che stai prendendo non è ne meglio né peggio dei tanti che hai già preso e di quelli che (forse) prenderai in futuro. Sai bene che il dio che ti osserva e i molti gnomi del bosco che ancora incontrerai sono la tua forza: la voglia di credere nel futuro. E dire che hai un difetto terribile: sei condannato a non sorprenderti neanche un minuto, il tuo oribologio, quella visionarietà che ti sta nel cuore, è una triste condanna in realtà, quando decide di scaraventarti dove ancora devi arrivare, Saltatempo. E allora passioni, rancori, lotte senza esito per preservare una area provincialotta dall'inarrestabile avanzata del progresso e del cemento. Amori strani, giochi acrobatici, incredibili avventure erotiche tra fantasia e realtà, anzi soprattutto fantasia. Saltatempo, un gioco piacevole fatto di scrittura. La scrittura é un gioco. Anche la vita, talvolta. Ed è impossibile resistergli già dalla seconda pagina. Ha dalla sua la forza del tempo e del ritmo, è come sentire una canzone rock e pensare che con il nostro cha-cha-cha possiamo stargli appresso. No. Il ritmo non è una opinione, ed il tempo ci scorre addosso. Amabile, questo personaggio, amabile per quella sua impossibile leggerezza con cui saltella tra le vicende. Dal miracolo economico ai tremendi e soporiferi anni Ottanta dello sfascio morale senza mai perderci, senza mai annoiarci, ridendo e godendo delle innumerevoli avventure del ragazzo che si farà uomo scavalcando abilmente morti, rinascite, amori ed odi, insomma, quell'agglomerato confuso e convulso che gli esseri umani chiamano pomposamente vita. Leggere il futuro, a ben pensarci, non è un premio, ma una condanna. Guardare un tipo negli occhi e sapere con precisione quale fine farà, come da bravo e completo essere assolverà il suo compito da umano . Ed il tempo passa, inesorabile. Oppure capire che chi ami in quel momento prima o poi se ne andrà, sbattendo la porta.  Ti rovini la sorpresa, il rumore di una porta che sbatte fa spazio nel cuore per un'altra stanza. Non deve essere eccitante. Assolutamente. Meglio tenersi il presente e se capita ricordare che il passato, nel bene e nel male, è passato. Amo Benni. Anche se l'ho visto, lentamente scivolare nel corso degli anni Novanta nella ripetitività e soprattutto nella banalità, l'unica cosa che lui, fantasioso, irriverente, linguisticamente dotato non dovrebbe mai nemmeno sfiorare. È con piacere che l'ho ritrovato in queste pagine, da suggerire a chi lo ama e a chi lo vuole conoscere. Narrativa fuori dagli schemi, e brillanti digressioni alla sua maniera, anche se forse l'autore è un po' invecchiato e un po' immalinconito. Basta leggere tra le righe tra le numerose rievocazioni pre e post sessantottine, vero fulcro della narrazione e impagabile testimonianza di come l'autore, ancora oggi, vive vivendo quegli anni memorabili solo per chi non c'era. Abbiamo preso la stessa strada. Ma c'è ancora futuro, il futuro è nostro. Solo se ci va.

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