Salvare le ossa

Salvare le ossa
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Esch ha quindici anni, è nera e vive sul delta del Mississippi. Più precisamente, vive a Bois Sauvage, in un posto detto Fossa, che è una specie di avvallamento. La sua casa sorge proprio lì, in mezzo agli alberi, tra rottami di lavatrici, carcasse di auto e terra rossa che si infila dappertutto. Con lei, alla Fossa, ci sono i suoi famigliari: il padre alcolizzato, che passa le giornate a bere e a prepararsi per l’arrivo di un uragano ogni volta diverso; Randall, il fratello più grande, alto e atletico, patito del basket; Skeetah, il secondogenito, tutto preso da China – un pitbull femmina bianca come la neve e feroce come una tragedia – e dai suoi cuccioli appena nati; e infine il piccolo Junior, che mangia noodles secchi direttamente dalla confezione e segue come un’ombra i fratelli più grandi. La mamma non c’è. O meglio, c’era prima dell’arrivo di Junior, poi qualcosa è andato storto con l’ultimo parto e i ragazzi sono rimasti orfani. Esch è innamorata di Manny, amico del fratello Randall; ogni tanto vanno a letto insieme. Cioè, è lui che decide quando, come e dove. Un po’ come quasi tutti gli altri amici di Randall. Esch li lascia fare. E così, nella torrida estate del 2005 il padre avverte i ragazzi che da qualche parte là fuori si sta formando un uragano di proporzioni atomiche. Loro, noncuranti, continuano con la loro vita di tutti i giorni (fatta di lotte clandestine fra cani, piccoli furti e un pesante segreto che Esch si tiene chiuso dentro). Ma l’uragano si avvicina e cresce sempre più, inesorabile: il suo nome è Katrina…

Secondo libro di un ciclo – La trilogia di Bois Sauvage annunciata nella bandella, tre storie diverse tra loro accomunate però dallo svolgersi tutte nella immaginaria cittadina di Bois Sauvage – che si prospetta davvero avvincente, Salvare le ossa è al momento l’unico libro dei tre ad essere stato tradotto in italiano. Jesmyn Ward ha scritto il romanzo nel 2011, dopo When the Line Bleeds (2008) e prima di Sing, Unburied, Sing (2017). Originaria del Mississippi come Esch e come Esch nera, Jesmyn Ward condivide con la protagonista del suo romanzo anche l’esperienza devastante di Katrina, uno degli uragani più forti mai abbattutosi in America. Esperienza devastante non solo dal punto di vista materiale, ma anche e soprattutto da quello psicologico: dopo il suo passaggio, la Ward per tre anni non è stata in grado di scrivere neanche una parola. Poi ha ripreso la penna in mano e ha sfornato un capolavoro dopo l’altro: Salvare le ossa e Sing, Unburied, Sing le sono valse il National Book Award, e per la prima volta una donna se lo è aggiudicato per due volte. Il talento dell’autrice emerge dall’abilità e dalla destrezza con cui maneggia le parole: ad esempio le bastano pochi tratti – qualche rottame buttato qua e là, una folata di terra rossa che si attacca ai vestiti, una confezione di noodles mangiati direttamente dalla busta – per descrivere il degrado e l’isolamento sociale e fisico in cui vive la famiglia Batiste. Quella della Ward è una scrittura che attrae come una calamita, che graffia come un artiglio e che commuove come un tramonto. Non resta che aspettare di leggere gli altri due capitoli della trilogia, di prossima pubblicazione presso NN.



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