Salvare una vita si può

Salvare una vita si può

“Quando vide l’uomo cadere sui binari della metropolitana, Wesley Autry, un operaio edile, non esitò un istante. Nonostante il treno si stesse avvicinando, saltò sui binari schiacciando l’uomo nella rientranza tra le rotaie e lo protesse con il proprio corpo. Il treno sferragliò sopra di loro, sporcandogli di grasso il berretto. In seguito Autry, invitato al discorso sullo Stato dell’Unione e lodato dal presidente per il suo coraggio, minimizzò l’evento: «Non credo di aver compiuto nulla di spettacolare. Ho visto qualcuno che aveva bisogno di aiuto e ho fatto quello che mi sembrava giusto».” È giusto invece che in tutto il mondo circa 27mila volte al giorno un bambino muoia o per denutrizione o per morbillo, malaria, diarrea e polmonite, malattie che nelle nazioni sviluppate non sono mai causa di decesso? È giusto che ancora ci siano famiglie che non hanno abbastanza cibo per tutto o parte dell’anno, che non possono mandare a scuola i propri figli, che vivono in abitazioni insicure e che non hanno l’accesso a fonti di acqua potabile vicine? Eppure, sebbene nelle situazioni in cui è facile prestare soccorso “il nostro intuito ci dice che sarebbe sbagliato non farlo”, quando si parla dei Paesi più poveri del mondo, quando si parla di fare anche un piccolo gesto ma concreto, la maggior parte di noi respinge la chiamata “a fare agli altri quanto vorremmo fosse fatto a noi” e il forte obbligo morale nei confronti di chi è in difficoltà sembra venire meno...

Noto ai più per essere stato il pioniere del movimento per la liberazione e i diritti degli animali, Peter Singer – filosofo e professore di Bioetica alla Princeton University ‒ in questo breve saggio illustra, con esempi pratici ed abbattendo una ad una le obiezioni alla “pratica del non dare”, come “l’esercizio della filantropia” possa incidere effettivamente sulla riduzione della povertà nel mondo e soprattutto sulla mortalità infantile. Non solo, è un esercizio tranquillamente alla portata di ognuno di noi. Esistono già organizzazioni che lavorano in questo senso, come la Fair Share International di Adelaide in Australia che è una comunità di persone impegnate a seguire la formula del “5.10.5.10” e cioè: donare il 5% del reddito annuo lordo a sostegno delle persone svantaggiate; limitare del 10% all’anno i consumi ad alto impatto ambientale, sino a quando non è più possibile ridurli ulteriormente; impiegare il 5% del proprio tempo in un’attività di volontariato nella propria comunità; compiere almeno 10 azioni politiche all’anno, per esempio contattare i propri rappresentanti eletti. Esistono anche persone che pur non essendo benestanti dedicano comunque tempo, energia e intelligenza alla causa del cambiamento. Eppure un’inversione di tendenza è ancora lontana da essere raggiunta. “Quasi tutti dichiariamo che non avremmo un attimo di esitazione a salvare un bambino che affoga ‒ scrive Singer ‒ e che lo faremmo anche se ci costasse molto. E tuttavia mentre migliaia di bambini muoiono ogni giorno, noi spendiamo soldi per cose che diamo per scontate, di cui non noteremmo neppure la mancanza”. È sbagliato? Se lo è fino a dove arriva il nostro dovere nei confronti dei poveri? Provocatorio, scomodo, il saggio di Singer costringe a guardarsi allo specchio, a rivalutare le proprie priorità, e dimostra con dati incontrovertibili che già con le piccole scelte quotidiane ognuno di noi è in grado di contribuire alla lotta alla povertà.

 

 

 
 
 
 

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