A sangue freddo

A sangue freddo

Herbert Clutter ha quarantotto anni e lavora sodo per mantenere la sua famiglia, composta da una moglie e quattro figli. Il piccolo villaggio di Holcomb, in Kansas, non offre grandi possibilità di ricchezza e benessere a meno che non si sia disposti ad arrossarsi la pelle al sole e a indurirsi le mani sui campi di grano, quelli sì abbondanti in questa sonnacchiosa e generosa località del sud degli States. Ciò che colpisce immediatamente è la possibilità di scorgere un uomo già a grandi distanze, vista la monocromia del paesaggio e la scarsa concentrazione di centri abitati. A parte l’ex banca di Holcomb, fallita nel ’33 e convertita nel cosiddetto professorato (in quanto abitato da gran parte del corpo insegnanti del villaggio), gli edifici di una certa grandezza in grado di attirare l’attenzione del visitatore sono pochissimi. Ci si può lasciar coinvolgere dall’accoglienza del Caffè Hartman, dove a prezzi modici si può prendere un panino da innaffiare con qualche bibita purché non alcolica, oppure si può cercare semplicemente di essere un tutt’uno con questa realtà assolata e pigra, in cui le vite degli abitanti rispecchiano la ciclicità delle stagioni, in un lento equilibrio che verrà spezzato solamente da quattro vigliacchi colpi di fucile…

Chissà se Truman Capote quando decise di occuparsi con giornalistico distacco della brutale uccisione di quattro dei sei componenti della famiglia Holcomb avrebbe potuto immaginare l’ubriacante mix di successo e critiche che sarebbero piovute su questo A sangue freddo, frutto di sei anni di massacrante lavoro, insuperata vetta dell’autore americano e tutt’ora opera chiave del ‘900 letterario a stelle e strisce, se non altro per aver creato il sottogenere del romanzo-verità. Capote, che amava definirsi alcolizzato, tossicomane, omosessuale e genio, godeva già di discreta fama prima di buttarsi a capofitto nella stesura di quest’opera, forte del successo di Altre voci altre stanze e di Colazione da Tiffany, ma sarà con A sangue freddo che l’autore originario di New Orleans - e quindi lui stesso figlio del profondo sud statunitense - raggiungerà un punto di non ritorno nella sua altalenante carriera da divo della letteratura: da questo momento in poi infatti se da una parte otterrà imperitura fama mondiale, dall’altra non riuscirà più a completare un intero romanzo, avviandosi verso un declino fisico e qualitativo che lo porterà a morire, dimenticato da tutti, nel 1984. La peculiarità di quest’opera, oltre ad aver fornito un algido e fulgido esempio di true crime novel, sta nella sua limpidezza formale, nell’uso sapiente del periodo breve e del virgolettato, di cui Capote (ab)usa per lasciare spazio alle voci dei protagonisti del brutale massacro che segnerà per sempre la vita del piccolo villaggio di Holcomb. L’autore non si lascia trasportare dal sentimentalismo o dall’orrore gratuito e segue con oggettivo e necessario distacco le dinamiche che porteranno alla cattura e al processo dei due responsabili delle strage, Perry Edward Smith e Richard Eugene Hickock, giovani avanzi di galera senza né arte né parte che si sono macchiati di un delitto senz’altro più grande di loro. Un grande romanzo americano.



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