Santa Mazie

Santa Mazie

“4 novembre 1907. Oggi è il mio compleanno. Ho dieci anni. Tu sei il mio regalo”. Comincia così il diario di Mazie Phillips, ebrea americana, sveglia, sempre in giro con i maschi a sfidarli – e a vincerli ‒ nella corsa per Grand Street, nel Lower Manhattan, New York City. In realtà lei è di Boston, ma un giorno sua sorella maggiore Rosie – sposata con Louis con il quale vive lontano dalla famiglia dopo essere scappata da suo padre, violento e ubriacone, e da sua madre, debole e sottomessa ad un passo dalla depressione – è arrivata a portarsela via con la piccola Jeanie. Il nuovo vicino, il piccolo George Flicker, è affascinato e un po’ intimorito da quella strana bambina che sembra sapere “più cose sul mondo, sempre”, e sua madre invece la guarda con sospetto e disapprovazione. Mazie cresce, diventa una ragazza bella, dal fisico prorompente, fuma, la sera dopo il lavoro si ferma a bere nei locali, e se le va accetta compagnia da chi le piace, anche solo per dimenticare la stanchezza della giornata con un po’ di sesso. Ha fame di libertà Mazie, ma trascorre le sue giornate in quella scatola minuscola che è la biglietteria del Venice, il cinema di proprietà di Louis. “Sono solo felice perché vivo” scrive, non riesce a legarsi a nessuno, tranne che alle sue sorelle e al generoso ed equivoco Louis; quello con il capitano Benjamin è un legame? Stava per avere un figlio da lui (ma a lui non lo ha mai detto) e lui l’avrebbe sposata da ragazza ma lei sapeva che non era uomo da una sola donna, e allora aveva preferito continuare a ricevere le sue cartoline da incollare nel suo gabbiotto e ad incontrarlo quando la sua nave faceva scalo vicino a New York. Resta sola tutta la vita Mazie, non si lega a nessuno ma si dedica a tutti; è brusca, per niente dolce ma ha un cuore enorme e fino alla morte dopo il lavoro, in ogni stagione, passa le serate a regalare una coperta o un pezzo di sapone, a condividere un goccio di quello forte, ad offrire una sigaretta o qualche spicciolo o qualche cioccolatino ai barboni che vivono per strada. E sono davvero tanti quelli che lo fanno nella New York degli anni ’20 durante il Proibizionismo, e ancora di più diventano durante la Grande Depressione, dopo il maledetto ’29. E Mazie sarà sempre lì, tra quelle persone, perché lei ama la strada e forse perché soltanto lì si sente veramente viva. Di loro, dei suoi barboni, dice “Una volta qualcuno li ha amati, questo è tutto quello che avete bisogno di sapere”. E di sé “Ho avuto abbastanza, ho avuto più che abbastanza”…

Del suo primo romanzo, I Middlenstein, un grande successo, Jonathan Franzen ha elogiato “la compassione e la maestria” nel saper raccontare una storia. E decisamente Jami Attenberg mostra le stesse qualità anche in questo romanzo, grazie ad una narrazione particolarmente efficace e originale. Mazie Phillips – Gordon è realmente vissuta e la sua è stata una di quelle piccole storie straordinarie destinate all’oblio, talvolta “salvate” per caso da qualcuno che decide che non meritano di essere dimenticate per sempre. Jami Attenberg ha letto di lei nell’unica traccia rimasta, un articolo di Joseph Mitchell sul “New Yorker” del dicembre 1940, citato nel saggio Up in The Hotel. Le notizie erano davvero poche e dopo due anni di lavoro vede la luce questo romanzo che ha una struttura composita, la cui ossatura coincide con il diario della “Regina del Bowery”, come i barboni chiamavano la loro beniamina, dal nome della strada del distretto di Manhattan dove lei li incontrava, arricchita da testimonianze di vicini di casa, amici, un intervistatore. Tutto rigorosamente inventato. Ma assolutamente coerente con le poche notizie esistenti e soprattutto con la storia di New York dell’epoca, ma non quella patinata delle solite meravigliose fotografie in bianco e nero, ma quella sporca, puzzolente, violenta, miserabile di uno dei suoi momenti più drammatici, quella storia raccontata dal basso, da uomini che pochi mesi prima lavoravano in banca e compravano i biglietti del cinema da Mazie e poi si ritrovarono ad essere accolti nello stesso luogo per trascorrere due ore al caldo, a ricevere da lei un pezzo di pane o sapone, o un biglietto di treno capace di salvare una vita. Una donna anticonvenzionale Mazie Phillips, lo sarebbe anche oggi ad andarsene da sola di notte nelle strade tra i reietti della società, figuriamoci negli anni ’30. In rete si trova qualche foto, come quella ripresa da “The Guardian”, che la ritrae non più giovanissima in mezzo ai suoi barboni, bionda, con uno dei suoi vistosi cappellini, trucco pesante, sorriso impudente; Santa Mazie, santa degli ultimi e delle strade, eroina silenziosa come i suoi protetti, sconosciuti a tutti ma non a lei che ne conosceva i nomi uno per uno. Mazie morì nel 1964 al Lenox Hill Hospital, al funerale parteciparono tutti i barboni che l’avevano conosciuta e il “New York Times” le dedicò un necrologio ricordando come quella donna biondo platino dalla voce roca per le troppe sigarette aveva “prolungato la vita di tanti poveracci chiamando le ambulanze per portarli all’ospedale o negli ostelli che lei stessa pagava”. Era necessario che questa piccola storia di una donna comune fuori dell’ordinario non finisse dimenticata per sempre e la biografia romanzata della Attenberg le rende giustizia, come scrive “The Guardian”, con “un libro magnifico e coraggioso sulla famiglia, l’altruismo, la donna e la libertà”. L’autrice ha detto: “Volevo vedere quel personaggio esistere nel mondo […]. Ad un certo punto diventano come dei modelli, quando pensiamo di avercene bisogno. In fondo cerco sempre di riferirmi a forti protagonismi di donna. Questo è un atto femminista, un atto politico per me”. Ma il grande successo del romanzo in America, e poi negli altri paesi compresa l’Italia (anche grazie ad un’ottima traduzione), è da ricercare anche nelle immagini storiche che si leggono in trasparenza in questa storia e testimoniano una ricerca approfondita, per esempio con la citazione dell’attentato di Wall Street del 16 settembre 1920 che uccise 38 persone e ne ferì 143 e costituì un grave vulnus alle sicurezze degli americani, o anche la descrizione accurata del cinema Venice, che fino ai primi anni ’40 c’era ancora tra la Bowery e Chinatown. A qualunque di questi aspetti siate interessati, leggete questo romanzo, non vi deluderà.



 

 

 

 
 
 
 

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