A Santiago con Celeste

A Santiago con Celeste
Al termine di un’estenuante fatica editoriale, Giuseppina Torregrossa si ritrova impantanata in uno stato di irriducibile torpore misto a depressione; quel malessere genera in lei la convinzione che non una fuga dall’ordinario le servirebbe, quanto piuttosto un cammino, per maturare la giusta distanza dall’asfittica quotidiana reiterazione di atti e pensieri. La telefonata di un’amica, Celeste, sbaraglia ogni esitazione; la data è fissata e i biglietti dell’aereo già acquistati: insieme percorreranno il cammino di Santiago. La strada è un sentiero in salita ancor prima di partire: la preparazione del viaggio richiede tempo, attrezzature ad hoc e la capacità di alleggerire il proprio bagaglio, perché di tante cose si può e si deve fare a meno. Il viaggio fino a Pamplona è in aereo, da lì le prime due tappe sono in treno, ma poi, sono piedi e gambe a fare il lavoro duro, anche se le due pellegrine anomale rimediano pure un passaggio in taxi. L’umore di Giuseppina è come un cielo carico di neri nuvoloni e mal sopporta la vitalità di Celeste, sempre positiva e con una soluzione pronta all’uso per ogni uopo. Ma il compagno di viaggio non è quello che ti scegli, né quello che ti capita, ma quello che alla fine, ti ritrovi accanto…
È un racconto breve ma intenso, quello che Giuseppina Torregrossa, medico e scrittrice di origini palermitane, affida ai lettori, insieme al sudore, alla polvere e alla strada macinata per conquistare la compostela - il certificato che attesta il cammino - ma soprattutto, per “restituire alle cose e alle umane vicende il giusto valore e “rimettere in contatto mente e cuore”. Il diario di viaggio è anche la storia di una relazione, quella tra le due compagne di avventura, due mondi e due modi di essere diametralmente opposti, metafora delle loro rispettive città natali, Palermo e Catania, in perenne rivalità: il cammino è come una lima che addolcisce gli spigoli. La Torregrossa non si smentisce e come nel romanzo La Conta delle minne lo stile è vivace e colorito, costellato da ben dosate concessioni all’eloquio delle donne della sua terra d’origine, in cui poche parole riescono a contenere la concezione del mondo e le antiche storie familiari.

 

 

 
 
 
 
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