Sappiano le mie parole di sangue

Sappiano le mie parole di sangue
Mitrovica, Kosovo. Una settimana tra quattro mura sgretolate. Il pogrom dei serbi, la loro evacuazione prima che le milizie albanesi sopraggiungano. Una reporter italiana resta per narrare quello che i suoi occhi vedono e la sua pelle sente. Da una città che sembra l’anima di un fantasma errante scrive lettere al suo Direttore, lettere che non verranno mai pubblicate, destinate a restare un urlo qualsiasi tra gli orrori della guerra...
Non c’è molto altro da aggiungere riguardo la trama di questo quasi-romanzo, perché nonostante la collocazione spaziale sia Mitrovica potrebbe trattarsi di una delle tante guerre che affliggono come un cancro inguaribile il nostro pianeta da sempre, e sarebbe la stessa identica cosa. “Da ora i miei pensieri sappiano di sangue, o non siano più niente”: un omaggio all’Amleto di Shakespeare che mette in chiaro come la narrazione della guerra debba essere scritta con inchiostro rosso, purpureo, vivo e reale. È un reportage, come se Babsi avesse scritto un taccuino (esattamente come fa sul suo celebre, raffinatissimo blog). Sono lampi, attimi, frammenti di un foglio spezzettato, tasselli di una guerra che troppi fingono di non vedere; il mondo occidentale pensa di avere dato vita alll'ennesimo migliore dei mondi possibili e storce la bocca e volta la faccia quando le piaghe e le ferite emergono come un cadavere dall’acqua. Babsi narra la sua guerra e lo fa con spirito di informazione, come fosse una cosa che sente così radicata in lei da non poter fare a meno di scriverne, affinché la polemica sui conflitti che imperversano non venga soffocata né si riduca ad un rantolo. Ed è un libro niente facile. Inutile pensare di poter capire tutto, di poter cogliere tutti i riferimenti a meno di non essere grandi appassionati di storia, a meno che non si sia passata mezza vita a raccogliere informazioni, a vivere sul campo, a sperimentare, a leggere, a scardinare, a frammentare e poi a raccontare la guerra dei Balcani, l’ex Jugoslavia, la situazione che ci troviamo a respirare ogni giorno. Babsi Jones ha urgenza di scrivere, di fare polemica se vogliamo, di esprimere senza nessun tipo di filtro quelle che sono le macerie sotto le quali ci stiamo seppellendo volontariamente. È una scrittura complessa e sincopata, frastagliata, non armoniosa la sua, perché in guerra armonia non c’è: eppure allo stesso tempo poetica e sensibile, vera come sa essere un pugno in faccia. Lei stessa mi disse, quando le chiesi che cosa avremmo avuto tra le mani quando SLMPDS fosse uscito: "In Sappiano le mie parole di sangue convivono il Maresciallo Tito e i mujaheddin mercenari, gli 'umanitari' e i soldati ONU, i tossici e i profughi, visioni dei cavalieri che in Kosovo combatterono contro gli ottomani nel 1400, Syd Barrett e Von Trier: in un certo senso, ha una struttura che richiama i film di Kusturica, in cui il reale, l’iper-reale e il surreale non smettono di contaminarsi. È un testo che ha molti livelli, che tocca tutta la gamma emozionale delle mie esperienze balcaniche: dal grottesco al dramma, dall’ironia al reportage". Amatela od odiatela. E se la odierete sarà solo perché è scomoda, così come scomode sono le verità che svela. Babsi Jones si fa amore per il suo impegno narrativo, politico e sociale e per la sua capacità di essere unica e carismatica in un mare di libri in cui la differenziazione sembra ormai essere un difetto.

 

 

 

 
 
 
 
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