Saxa Rubra

Saxa Rubra

“ ‘PVBLIO AVRELIO STATIO’ c’era scritto in grande con un bel dativo che non lasciava dubbi sul fatto che il messaggio costituisse una macabra dedica”. La prima è stata la nobile Pulla Trigemina, matrona disinvolta abituata a giocare con i suoi amanti. Poi è toccato a Sabellia, la dolce e morbida poetessa che trascorreva il tempo nel suo circolo ad ascoltare e comporre versi. Quindi è stata la volta della bella schiava Tabitha, l’agile gazzella dagli occhi di ambra. Poi Lelia Soave, umile ma appassionata lettrice di romantici romanzi alessandrini, e infine lei, la Flaminica, Cecilia Calvisia, nobilissima e inavvicinabile moglie del Flamen Dialis, la più sacra delle donne di Roma. Tutte morte, uccise da una mano spietata e violenta. Il senatore Aurelio Stazio è ancora una volta coinvolto nelle indagini, ma stavolta la situazione è assai delicata. Le vittime, infatti, non potrebbero essere più diverse tra loro per estrazione sociale, cultura, personalità, ma ben presto emerge ciò che le accomuna: aver avuto una relazione intima con il ricco senatore. E se pure qualcuno avesse qualche dubbio a fugarli ci sono quei biglietti ritrovati sui luoghi dei delitti che non possono essere equivocati né ignorati poiché, completi di citazioni dell’Odissea che sembrano alludere a fatti a lui ben noti, gli son esplicitamente dedicati. Nemmeno la sua filosofia di vita, assolutamente epicurea, serve a rasserenare in qualche modo il senatore Stazio, la situazione è davvero grave e soprattutto offre il fianco ai nemici di sempre – in particolar modo all’interno del senato – e agli amici ingrati, pronti a cogliere l’occasione per fargli pagare generosità e disponibilità che talvolta ingenerano malevolenza e sordo rancore anziché riconoscenza. Caduto in disgrazia, dovrà superare situazioni assai difficili, più dure di quelle mai vissute prima, dimostrare la propria innocenza e trovare il vero colpevole. Ma nell’ombra tramano oscuri nemici, alimentati da sentimenti diversi che reclamano soltanto vendetta…

Il diciottesimo volume della saga della prolifica Daniela Comastri Montanari dedicata al senatore Publio Aurelio Stazio – cominciata nel 1990 con la prima indagine intitolata Mors tua – è un romanzo più coinvolgente del solito. Il nobile discendente di Anco Marzio stavolta non obbedisce soltanto all’innata curiosità che lo spinge a risolvere i casi di omicidio che insanguinano Roma ma è obbligato ad impegnarsi con tutte le sue capacità – economiche, fisiche e soprattutto mentali – per difendersi da accuse infamanti che rischiano di metterlo al bando della città e addirittura di farlo giustiziare con disonore. Persino lo scaltro Castore, servo e braccio destro, al solito cinismo accompagna un inconsueto coinvolgimento emotivo nelle indagini alle quali, come in ogni romanzo, apporta un aiuto fondamentale e, forse anche per questo, finisce persino per mostrare un lato tenero che tenta di nascondere in ogni modo, prendendosi cura di una micina bruttina, sgraziata e senza una zampa. L’ironia è sempre un ingrediente fondamentale che rende la lettura divertente e piacevole insieme ad uno stile assai scorrevole e lineare. L’aspetto talvolta didascalico che caratterizza questi gialli storici, resta anch’essa una costante e racconta al lettore usi, costumi, strade, monumenti, cibi, leggi, riti e ancora tanto altro della Roma imperiale, per la precisione della metà del I secolo dopo Cristo, periodo nel quale si muovono il protagonista e i soliti fondamentali coprotagonisti, appunto Castore, la matrona pettegola amica di Stazio Pomponia, suo marito, l’imperatore Claudio e le immancabili conquiste femminili del senatore, che si dice appassionato collezionista di volumi, rotoli e papiri rari ma preferisce certamente le prime ai secondi. Come sempre con i romanzi di questa serie, una lettura adatta a chi cerca qualcosa di rilassante, riposante e assolutamente senza impegno. Le classiche due pagine da sfogliare serenamente prima di addormentarsi.



 

 

 

 
 
 
 

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