Sbiancare un etiope

Sbiancare un etiope
L’espressione “lavare un etiope” è già in uso presso i greci antichi: un modo per affermare l’inutilità di un’azione, l’impossibilità di un certo stato di cose. In parole povere, l’esatto equivalente di “lavare la testa agli asini”. La testimonianza scritta non si riduce a occasionali presenze di questo modo di esprimersi nei scrittori dell’epoca perché è presente in alcuni repertori, raccolte di proverbi compilati fra il II e il IV secolo d. C., come quelli di Zenobio, di Diogeniano di Eraclea e Luciano di Samosata. Il “topos” prosegue nel tempo caricandosi di simbolismo religioso nella letteratura cristiana con le sfumature evocate dal contrasto luce-tenebre. Si giunge così alle interpretazioni letterarie innovative che della negritudine hanno fatto Erasmo da Rotterdam, ma anche il nostrano Gaspare Murtola, con immagini cariche di erotismo (“mora che lava se stessa”). Si arriva così all’epoca del colonialismo europeo, di quello inglese in particolare, all’insegna dell’espansionismo economico di industrie europee votate all’assalto delle risorse naturali come l’olio di palma per i prodotti igienici, con relative campagne di propaganda, culminanti nelle intromissioni nelle vicende dei paesi africani, dei neri…
Con gli strumenti della linguistica e della filologia ma con il piglio dello studioso della cultura di stampo francofortese Federico Faloppa confeziona una riflessione articolata e stilisticamente godibile su un tema centrale nella vita quotidiana, ma di cui non sempre sono chiare le conseguenze: i modi di dire e le loro implicazioni socio-culturali. Sbiancare un etiope è un saggio che vanta una bibliografia variegata (dalla fumettistica di epoca fascista fino a riferimenti numismatici, oltre che a titoli anglo-francesi e contributi italiani di qualità come quelli di Cocchiara), scritte con un calibrato uso dell’erudizione, mai fine a se stessa, ma funzionale alla sollevazione di una sostanziale questione: i rischi della “fissazione” di certi modi di dire, autentiche spie delle rigidità di una mentalità collettiva, non ultimo il razzismo e la discriminazione sociale. Faloppa, allievo di Gian luigi Beccaria, studioso del nesso fra linguaggio e dinamiche sociali, ricercatore a Granada e all’University College di Londra, fornisce il meglio delle sue competenze negli ultimi capitoli: non solo nella ricognizione sull’adynaton, cioè sulla figura retorica che è alla base del “luogo comune” paradossale che ha avuto fortuna nella letteratura iniziatica ed esoterica, proprio in riferimento alla purificazione dell’impuro (al nero da purificare attraverso la sbiancatura); ma anche e soprattutto nell’analisi delle vicende colonialiste della società inglese Pears’Soap, della sua strategia (anche iconografica) propagandistica connessa all’urgenza di “sbiancare” i neri, oltre che a conservare i propri privilegi sulle materie prime attraverso ingerenze politiche. Che dire poi dell’ultimo capitolo, centrato sugli esiti della ricerca nelle scuole compiuta da Paola Tabet, sul tema “Se i miei genitori fossero neri”? Qui emerge il nocciolo della questione: interrogarsi, come adulti ma come civiltà intera,  in modo serio quando i bambini auspicano lo sbiancamento dei neri come soluzione ai rapporti interculturali, verificando con coraggio se il passato coloniale e il presente globalizzato siano stati criticamente metabolizzati.

 

 

 

 
 
 
 
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