Scherzetto

Scherzetto

Daniele Mallarico è un signore di oltre settant’anni, autonomo, abituato alla solitudine, fa il disegnatore e illustra libri per grandi editori. La sua è una fama che ha conosciuto momenti di grande risonanza in passato come portavoce di quelle avanguardie di creativi che negli anni ottanta cominciarono a far parlare di sé. Adesso, con alle spalle una lunga vedovanza e un intervento chirurgico da cui fatica a riprendersi, Mallarico si sente un po' spento, la sua vena creativa latita e anche le più facili incombenze di ogni giorno diventano un peso. Come un fulmine a ciel sereno arriva la proposta di sua figlia Betta, che vive a Napoli nella vecchia casa di famiglia con il marito Saverio e il piccolo Mario di quattro anni. I due, in crisi matrimoniale e da sempre a un passo dalla separazione, decidono infatti di recarsi a Cagliari per un congresso e chiedono quindi a Daniele di occuparsi per tre giorni del piccolo Mario. Soverchiato dai sensi di colpa per essere stato spesso un padre assente e un nonno inconsapevole, l’uomo, a malincuore, accetta, prende un treno da Milano in una fredda giornata di novembre e approda nella città campana per accontentare la figlia. Nonostante la presenza della fidata collaboratrice domestica, Salli, Daniele si accorge prestissimo che non è facile intrattenere e prendersi cura di Mario, dotato di un’intelligenza spigliata e di una discreta predisposizione all’anarchia. Sono quindi giorni impegnativi divisi tra gli obblighi lavorativi ‒ Mallarico deve infatti illustrare un famoso racconto di Henry James ‒ e la fatica di badare a suo nipote. Nella sua permanenza a Napoli sarà costretto a fare i conti con il proprio passato e con tutti quei fantasmi che nel tempo ha cercato di allontanare ma che adesso si ripresentano prepotentemente a chiedere di pareggiare la partita…

Mentre il suo precedente romanzo Lacci arriva sulle scene grazie allo riduzione teatrale che rinsalda il sodalizio Domenico Starnone/Silvio Orlando, l’autore torna in libreria dopo due anni esatti con Scherzetto. La scintilla creativa si anima grazie all’ispirazione tratta dalla novella di Henry James The Jolly corner in cui il protagonista, Spencer Brydon, rientra nella natia New York, all'età di sessantacinque anni, dopo aver passato più di un quarantennio in Europa. Quella che trova è una città molto diversa e l’ossessione di scoprire cosa sarebbe stato di lui se non fosse mai partito, che vita avrebbe avuto, quale destino. Un pensiero che si fa persecutorio tanto che Brydon spende buona parte dei suoi giorni alla ricerca del suo alter ego, una specie di fantasma, quell’antico se stesso di cui non riesce a liberarsi. Il soggetto rimane più o meno identico, cambia la scenografia e Napoli diventa la città del ritorno laddove Milano rappresenta invece il luogo dell’approdo dopo la fuga in età giovanile dell’anziano Mallarico. Qui come nel racconto jamesiano si assiste ad un viaggio nel tempo non indenne dai traumi della memoria e dall’apertura di vecchie ferite mai sanate. Mallarico scappa da Napoli dove per anni è stato vittima di un padre assente, schiavo del gioco e incapace di comprendere le sue reali inclinazioni. Fugge per cercare di “trovare un varco per la smania di sangue” che gli faceva male al cervello”, abbandona la violenza di certi ambienti, l’oscenità di sfacciate intemperanze dialettali e tappa un sacco di crepe. Si ritiene un vincente Mallarico, almeno nel momento del suo trasferimento al nord, quando tutto gli arride, quando, all’apice del successo, pensa a se stesso come “ad una sostanza che non si sarebbe mai deteriorata”. Eppure quei fantasmi così faticosamente negati tornano a darsi appuntamento nella casa dell’adolescenza, tra le viuzze che hanno segnato il suo cammino giovanile, nei rioni del napoletano che tanto aveva detestato ma che continuano a suscitare un’attrazione irresistibile. Quella che all’apparenza potrebbe apparire come la parabola discendente di un uomo anziano in preda al declino del corpo e della creatività del passato si inventa il modo per assomigliare a qualcos’altro. Come in quasi tutti i libri di Starnone la farsa giunge a riequilibrare i toni e a fornire nuova verve e respiro al testo. Qui il miracolo avviene grazie ad un bambino di quattro anni, identico al padre Saverio “per patrimonio genetico e cromosomi di provenienza”. “Che organismo minuscolo aveva, e tuttavia quanto mondo, quante parole conteneva già. Mario era solo il piccolo ritaglio di una sostanza viva le cui potenzialità - come accade a chiunque - se ne stavano compresse in attesa di sviluppo.” Mario è il trait d’union inconsapevole tra passato e presente, il modo in cui Daniele firma finalmente un armistizio definitivo con il suo se stesso di ieri. È un “esserino determinato”, speciale, cocciuto, indipendente, arguto e sensibile. Disegna meglio del nonno, ha capacità critiche, un animo predisposto alle sfide e una proiezione sul futuro che Daniele ha ormai perduto. Perché se nel corpo di Mario la fisica e la chimica più segrete erano gelosamente violente” in quello di Daniele “erano tristi e dolorosamente malinconiche”. Eppure nonostante le amare consapevolezze di cui si fa carico il protagonista, la narrazione ha momenti di altissimo divertimento. Mario che cerca di catturare il vuoto calando un secchio dal balcone per annullare l’abisso, Mario che fa i capricci, che tortura il nonno con le sue richieste, Mario che accende il gas, che apparecchia la tavola per la colazione, che sa, ascolta, conosce, apprende. Le dinamiche familiari care a Starnone ci sono tutte: Mallarico racconta dell’amore problematico con la defunta moglie, del rapporto conflittuale con il padre, dei litigi della figlia Betta con Saverio, delle presunte infedeltà che si ricompongono in un delizioso teatrino degli equivoci. Una recita in prima persona che vive di discese all'inferno ma anche di risalite salvifiche nel mondo dell’infanzia che da sempre stupisce, rasserena e definitivamente salva. Mallarico riconosce di aver cercato di essere “più di quello spazio” dove era cresciuto, confessa che di aver cercato il consenso del mondo in una corsa affannosa tesa a dimostrare a tutti quel che non sarebbe mai stato. “I fantasmi fanno il nido nel futuro”, tutto quello che incarniamo viaggia da “un segmento di carne-ossa-nervi-tempo ad un altro segmento di composizione affine” e così via. Diventiamo quello che siamo e non c'è fuga che tenga. Lo sa Mallarico, lo sa Spencer Brydon, lo impara anche il piccolo Mario nell’innocenza senza filtri che lo spinge ad amare istintivamente un uomo con cui condivide la stessa genealogia. La disperazione si mischia alla speranza e ne esce sconfitta, o almeno così ci pare di capire. Starnone ha fantasia da vendere e un’arte che si rigenera di anno in anno. Due buoni motivi per continuare a godere della sua scrittura che non delude mai e spalanca ovunque varchi di beatitudine.



 

 

 

 
 
 
 

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