Scomparsa

Scomparsa
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Le pendici scoscese degli Adirondack, una superficie vasta e desolata folta di pini che si susseguono all’infinito. Una distesa montuosa fitta di boschi confinata fra due fiumi, a nord il San Lorenzo e a sud il Nautauga. In una tarda mattinata del 10 luglio 2005 alla radio locale di Carthage si diffonde la notizia della ragazza scomparsa. Decine di soccorritori professionisti e volontari stanno cercando la diciannovenne Cressida Mayfield. Da tre giorni, da mattino a sera, una squadra di alpinisti, escursionisti, guardie forestali, sta tentando di ritrovarla. Ci sono più di trenta gradi anche dopo il tramonto. Fa caldo, c’è afa e l’aria brulica di piccoli insetti, mosche, moscerini, zanzare. Te li ritrovi negli occhi, in bocca, non ti lasciano respirare. Nessuno di quegli uomini osa esprimere a parole il pensiero del cadavere di una ragazza, nudo e abbandonato, o magari sepolto. Al termine della prima giornata le forze dell’ordine nutrono ben poche speranze di ritrovarla viva. Ma Zeno lo sa, sua figlia minore è ancora viva, perché se sua figlia lo avesse lasciato lo sentirebbe. Non sopporta che la definiscano scomparsa. Sua figlia si è perduta nella riserva, forse è disorientata, ferita, forse si è solo allontanata da casa o è scappata. Anche se sulla Jeep Wrangler del giovane caporale Brett Kincaid hanno trovato tracce di sangue dalla parte del passeggero, anche se sulla camicia del giovane sono stati ritrovati dei capelli, scuri come la chioma di sua figlia. Brett è l’ultima persona che Cressida ha visto prima di sparire nel nulla, Brett che fino a una settimana prima era fidanzato con la sua figlia maggiore, la bella e amorevole Juliet…

Un mistery novel che si trasforma in un thriller psicologico che si trasforma in un romanzo fuori da ogni etichetta di genere. Sì, perché Scomparsa è una storia che si trasforma, e poi si trasforma ancora, e ancora, fino a creare una sorta di nastro di Möbius, in cui l’inizio e la fine coincidono. E come nei quadri di Escher, citati più volte nel libro, tutti i personaggi attraversano un processo di metamorfosi quasi paradossale, diventano figure che cambiano e interagiscono con le altre e a volte, come Cressida, addirittura si liberano ed abbandonano il piano in cui giacciono. Joyce Carol Oates manda i suoi personaggi su bordi separati affinché compiano il loro doloroso viaggio verso la conoscenza di sé, lungo un lento processo di evoluzione che li condurrà attraverso una profonda oscurità per poi restituirli alla luce. Questo processo potrebbe essere identificato come una sorta di riscatto, ma un riscatto che può essere conquistato mediante l'espiazione non solo dei propri peccati, ma anche di quelli dei padri verso i figli, in questo caso i figli d’America. Molti sono i temi intrecciati con grande bravura dalla Oates: gli effetti disumanizzanti della guerra in Iraq, la gelosia, le disfunzioni familiari, l’amore in tutte le sue forme e portato al suo estremo, nel bene e nel male. Tutto per arrivare a discutere un’unica tesi, e cioè mostrare quanto sia pericoloso assegnare una colpa, e quanto sia difficile tracciare la linea di confine fra vittima e carnefice quando ogni crimine si identifica come crimine di coscienza, che sia sul campo di battaglia o sul fronte interno. Insomma, una lettura impegnativa quanto basta, che fa riflettere lungo il cammino.



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