Scompartimento n. 6

Scompartimento n. 6
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La ragazza si avvia nella splendida sera moscovita lungo la banchina della stazione. Si fa strada tra altri viaggiatori, bagagli, bambini, suppellettile e bagagli e guadagna il suo posto nello scompartimento vuoto. Una silenziosa prece al cielo che così rimanga, il disappunto quasi immediato di veder comparire un uomo corpulento, orecchie a sventola, giaccone da operaio che si accomiata da una bella donna e un adolescente. Vadim Nikolayevich Ivanov prende posto e da quel momento occuperà uno spazio ben più ingombrante di quello che i due sono costretti a dividere nello scompartimento. Mentre il treno lascia una Mosca “rannicchiata nel freddo di marzo” e si avvia verso Ulan Bator attraverso la Siberia, Vadim e i suoi racconti occupano ogni singolo minuto di veglia della ragazza finlandese neolaureata in archeologia a Mosca che ha intrapreso il viaggio dei suoi sogni per studiare i petroglifi della Mongolia, per realizzare la promessa fatta ad Irina, per dimenticare il dolore del suo giovane amore con Mitka, interrotto a causa della decisione di lui di farsi internare in manicomio per non combattere in Afghanistan. Parla di tutto Vadim, del primo incontro con la Siberia negli anni Sessanta, di quanto sia seccante Katinka, di quanto fosse dolce la vita con Vimma, la sua ex che però ha venduto per pagare un debito di gioco, traccia una mappa dell’Unione Sovietica a partire dalle fighe delle donne di ogni singolo Stato, tracanna vodka e tè nero, conciona e ricorda, tenta approcci maldestri che fanno fuggire la ragazza in cerca d’aiuto dall’indifferente caposervizio Arisa, condivide il suo cibo e con l’andare dei giorni sciorina ricordi sempre più intimi: la vita da bambino si strada, Petja, il primo amico in assoluto con cui ha diviso un locale caldaie e al cui funerale non gli è stato permesso di partecipare, Miša, le donne, i cantieri, il cibo, le esperienze al correzionale e le sue parole a volte stentoree a volte cincischiate cullano le memorie della ragazza. Nella sua mente si alternano i dolci ricordi d’amore con le lezioni all’adorata Università di Mosca, la sua prima volta in città a quindici anni al seguito di padre e fratello minore, le scorribande per negozi vuoti con l’amica Irina in cerca di cibo per i diciotto anni di Mitka. Non parla mai la ragazza, ma man mano che gli scenari si alternano e le città scorrono fuori dal finestrino, sempre più spesso si ritrova ipnotizzata, catturata dai discorsi dello stakhanovista in trasferta. Kirov, Omsk, Tomsk, Novosibirsk, Irkutsk, and Ulan Ude. Le città chiuse e quelle aperte della Siberia. Il treno caracolla, spesso rallenta, la locomotiva si guasta spesso, va lasciata riposare a volte per giorni e i due improbabili compagni di viaggio scendono nel freddo siderale, si avventurano alla scoperta dei luoghi e in cerca di vodka. Il viaggio si fa pretesto, la transiberiana una sorta di catalogo di oggetti, luoghi, incontri, che dividono lo spazio ristretto dello scompartimento con le memorie dei protagonisti. Una bara foderata di rosso davanti a un negozio, la babuška che li ospita a Irkutsk e la sua ospitalità brusca ma generosa, le corse sui mezzi pubblici sgangherati, gli accoltellamenti, le premure brusche e invadenti di Vadim, le case che sfilano fuori dal finestrino, quelle che si sono arrese a farsi divorare dai giardini, quelle crollate su sé stesse, e i casermoni a diciannove piani costruiti in mezzo al nulla…

Anni Ylävaara, in arte Rosa Liksom, è una viaggiatrice e scrittrice di origini lapponi che ha conosciuto l’Unione Sovietica negli anni Ottanta, quando ha studiato all’Università di Mosca, e da quel momento non ha praticamente smesso di scriverne. Scompartimento n.6 è la cronaca di un viaggio in Transiberiana nel 1986, quando tutto un mondo volgeva al tramonto e l’impegno bellico in Afghanistan aveva completamente assorbito la capacità di spesa della Stato Sovietico. Il degrado, l’abbandono delle città, la loro bellezza, la miseria, la tenacia della gente disposta a qualsiasi espediente per sopravvivere, tutto questo non passa inosservato allo sguardo acuto della giovane finlandese ma probabilmente non avrebbe mai potuto mettere in bocca a una turista le osservazioni al vetriolo che invece sono perfettamente ben centrate se provengono da un operaio stakanovista con un passato da ribelle incallito, un presente da beota e un futuro della cui effimera evanescenza egli è perfettamente consapevole, ma, non di meno la sua affezione cieca e ostinata per il Paese in cui vive lo porta a non giudicare. Le parole, l’amore, la profonda assoluta nostalgia che pervade tutto il testo non avrebbero avuto la stessa portata, se fossero stati attribuiti alla ragazza, la cui forza è accentuata dal suo mutismo. Il titolo scelto è un chiaro rimando a Padiglione n.6, la novella di Anton Čechov sulla follia e il manicomio. La sorte di Mitka ossessiona la ragazza ma è Vadim a farsi interprete e cantore della follia che sta ingoiando il loro mondo, del caos che fa capolino tra le smagliature del sistema, a fornircene una impietosa radiografia e a tentarne un’efficace anamnesi. La ragazza senza nome e senza voce e l’uomo logorroico e istrionico sono i due passeggeri di un treno che metaforicamente sta correndo verso la sua meta finale all’insaputa di quasi tutti i suoi passeggeri e nell’indifferenza dei macchinisti.



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