Scrissi d’arte

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All’inizio degli anni ’80, uno studente dell’Accademia di Belle Arti di Roma supera l’esame di Tecnica della Fotografia non con una raccolta di foto impeccabili come ci si sarebbe aspettato, ma con un breve saggio scritto in stampatello su 5 o 6 fogli protocollo a righe in cui – con l’ardore e l’ardire di un diciannovenne – confuta addirittura Walter Benjamin. Il testo è andato perduto e sarà stato sicuramente a dir poco acerbo, ma segna l’esordio di Marco nella critica artistica, lui che invece sogna di diventare un artista, un oggetto di critica e analisi semmai. E che al liceo ha creato persino una corrente artistica, il “Transizionismo”. La prima crepa nelle sue certezze di gioventù però la apre il professor Boatto, che gli insegna Storia dell’Arte e che Marco stima profondamente. Invitato a casa del ragazzo in occasione di una “personale” allestita nel salotto, Boatto gli consiglia di dedicarsi invece alla scrittura, in cui secondo lui è “assai più versato”. Finiti gli studi Marco passa due anni nel limbo, in attesa di trovare una strada da seguire. Comincia a frequentare l’ex pastificio Cecere, nel popolare quartiere romano di San Lorenzo, che da qualche anno è occupato da alcuni studi di pittori. Marco diventa il “ragazzo di bottega” di Bruno Ceccobelli ed è vicino anche a Giuseppe Gallo, tanto che durante il servizio militare scrive un articolo sull’opera del pittore calabrese. Tornato all’ex pastificio, il ragazzo è coinvolto dalle diatribe tra i pittori che vi lavorano, finché non viene notato da Gian Enzo Sperone, un mercante d’arte istrionico e carismatico di levatura internazionale. Sperone cerca “un giovane da allevare, una persona alla quale delegare parte dei suoi complicati affari”. Marco non ha mai nemmeno pensato di lavorare nel mondo del mercato dell’Arte, ma d’altra parte la sua vocazione di pittore è ormai sempre più in crisi…

Un viaggio. Una mutazione. Da artista a esperto d’arte, da critico a scrittore di fiction, dalle immagini alle parole, da Marco a Tommaso. Nato dall’insistenza di Andrea Cortellessa, direttore della collana “fuoriformato” per L’orma editore, Scrissi d’arte raccoglie una selezione di testi critici in ordine cronologico affiancati da capitoli autobiografici che ne illustrano il contesto e svelano i retroscena, aiutando il lettore a comprenderne il background e il senso. La selezione dei testi non è stata sempre e solo dettata dalla contingenza di una “deliberata incuria” che ne ha fatti smarrire molti: Tommaso Pincio/Marco Colapietro, malgrado la sua iniziale riluttanza ad accettare di pubblicare questo volume (e anzi forse paradossalmente proprio per questo), qui non si limita a curare un’edizione critica di essay destinati più o meno - e più o meno meritatamente - all’oblio. “A vincermi è stata la tentazione di fare i conti con l’eventualità che si possa scrivere non per dire qualcosa ma per cancellare altro, qualcosa che si è detto e fatto in passato”. E se scrivere può essere un po’ cancellare, figuriamoci se non può essere cancellare un po’: ecco perché i testi sono stati asciugati, sforbiciati, resi più “digeribili”. Come nel caso della critica musicale o cinematografica, la critica artistica ha ovviamente un suo linguaggio, fatalmente esoterico per chi non lo frequenta abitualmente: a salvare il lettore meno preparato (me, per esempio) le riproduzioni a colori e in bianco e nero di molte delle opere d’arte di cui si parla nel testo e soprattutto la metà autobiografica di Scrissi d’arte, davvero coinvolgente, interessante, godibile. Merito certo del percorso professionale (di quello umano si parla solo di rimbalzo, di vita privata poco e nulla) e delle frequentazioni di Pincio, per carità: ma soprattutto delle sue doti di affabulatore, della sua scrittura limpida, della sua sincerità.



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