Scritti e discorsi di cultura industriale

Scritti e discorsi di cultura industriale
Umanizzare lo stabilimento industriale. Dare vita ad un microcosmo organizzato che interagisca ed integri il circolo vizioso della catena di montaggio, delle pratiche d'ufficio. Ampliare la vita lavorativa attraverso iniziative culturali di corto od ampio respiro, favorire la socializzazione fra quadri ed operai, agganciare la vita privata con quella collettiva. Aiutare, implementare la crescita morale ed intellettuale dei dipendenti, aiutarli a non essere sviliti, ad non essere considerati meri mezzi di produzione...
Italia, anni Cinquanta del secolo scorso. Cambiano scenari, valori, punti di riferimento.  Un paese uscito a pezzi dalla Seconda guerra mondiale si immerge nel boom economico,  anzi ne viene quasi  travolto. Si intravedono possibilità immense, il trend economico positivo aiuta a coltivare anche qualche utopia. Il mondo intellettuale in generale e quello letterario in particolare elaborano nuove tesi concettuali e fermentano nuovi propositi, nuovi rapporti con la tecnica, il lavoro  e la scienza. È in questo contesto che agisce ed interagisce Libero Bigiaretti (1906-1993), scrittore atipico ed autodidatta, narratore, poeta, giornalista e saggista. È questa ultima parte della sua poliedrica attività che viene esposta nel volume in questione. Gli scritti infatti sono incentrati su tematiche di vasta portata. Si parla di industria culturale, di cultura di massa, di fenomeni socio-artistici che mai avevano nemmeno sfiorato l’Italia. Siamo nell’epoca d’ora della cosiddetta Letteratura industriale e della corpulenta riflessione teorica sui canoni e  le strutture di un nuovo modo per raccontare un nuovo mondo, quella appunto postbellico ed operaio. Mentre nel frattempo in narrativa si pongono le basi per arrivare ai romanzi incentrati sulla fabbrica ed i risvolti di essa di Volponi, Ottieri ed altri, resta illuminante l'esperienza bigiarettiana. Soprattutto partendo dal fatto che Bigiaretti fu protagonista di una delle più grandi ed emblematiche esperienze dei nuovi rapporti  e del nuovo status intellettuale, quella messa in campo da Adriano Olivetti. L'industriale credeva fortemente di poter edificare una vera e propria comunità che incentrata sul lavoro, permettesse lo stesso un'esistenza libera, fruttuosa, appagante. L'assunto principe dell'industriale stava in una sola domanda, rimasta famosa: ”Può l'industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell'indice dei profitti?”. Intorno a questo quesito allora tutt'altro che retorico, una vasta e variegata massa di intellettuali ed artisti si approccia al mondo della fabbrica. E l'ufficio stampa diviene cardine di una serie di esperimenti non solo formali o contenutistici, ma pratici, oltre che teorici. Bigiaretti lavorò in tale ufficio, in quel di Ivrea, nella Olivetti, per oltre un decennio. “La nostra epoca è quella che è, non quella che vorremmo”. Speranza di cambiamento, miglioramento, innalzamento. Una parità se non economica ma perlomeno culturale ed educativa. Non è solo un'ottica politica o culturale quella che anima i ragionamenti attorno alla biblioteca di fabbrica o al centro dopolavoro. Anzi. Si tratta di una vera e propria filosofia esistenziale, di un'idea di società che purtroppo non avrà sviluppi e finirà strozzata da se stessa.

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