Scrivere per Hollywood

Scrivere per Hollywood
Ben Hecht è noto quasi esclusivamente agli addetti ai lavori. I film che ha scritto e ancora di più i registi che ha affiancato sono invece impressi a fuoco nelle memoria anche del cinefilo dell’ultimora. Parliamo di cinquanta copioni nell’età d’oro di Hollywood, vale a dire a cavallo tra il 1930 e gli anni sessanta. Titoli come Scarface di Howard Hawks e Notorius, l’amante perduta di Alfred Hitchcock. La sua carriera non si è però limitata al cinema: ha lavorato per il teatro (un esempio su tutti lo spettacolo dal quale è tratto A qualcuno piace caldo di Billy Wilder), è stato autore radiofonico, reporter, giornalista, ha militato in praticamente tutti i campi dove fosse necessario saper inventare storie. Ma nonostante questo, nonostante abbia collaborato ad uno dei film più celebri della storia del cinema come Via col vento, il suo nome resta alieno ai più…
Perché? Un tentativo di sciogliere questo nodo lo fa Giaime Alonge, autore di Scrivere per Hollywood. O meglio, attraverso la vita e la carriera dello sceneggiatore americano analizza la figura dello screenwriter nella “Hollywood Babilonia”. Lo scrittore come ghostwriter, il lavoro di gruppo che diventava poi l’esaltazione di un solo nome nei  credits, un sistema di produzione taylorista che consentiva agli Studios di produrre centinaia di film all’anno inanellando un successo dopo l’altro. Quale posizione ricoprivano gli sceneggiatori in tutto questo? La cosiddetta sceneggiatura di ferro era veramente il cardine attorno al quale costruire la regia dei film? Di che tipo di libertà godeva il regista? Come la politica e le questioni internazionali si inserivano nei giochi di potere degli Studios? Un’infinita sequenza di domande, più o meno banali a cui l’autore prova a dare risposta, tenendo come punto di riferimento la figura di Ben Hecht. Strana la struttura del libro: non è chiaro se lo sceneggiatore sia solamente il pretesto per parlare in linea più generale dello “scrivere per Hollywood” o se il suo personaggio sia davvero il pianeta attorno al quale ruotano tutti i satelliti minori. Insomma: dove vuole andare realmente a parare il volume? Questo è uno dei pochi dubbi che rimangono irrisolti. Perché se la divisione in capitoli resta confusionaria, il loro sviluppo è lineare e (fin troppo) didattico. Più superficiale e banale quando generalizza, molto più attento e analitico quando studia il lavoro di Ben Hecht. Il tutto confezionato con una proprietà di linguaggio invidiabile e la capacità di rendere la lettura oltremodo scorrevole.

 

 

 

 
 
 
 
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