Se ascolti il vento

Se ascolti il vento

Fra il 1904 e il 1906 ci sono morti e feriti nel sud dell’isola, ha luogo l’eccidio dei lavoratori di Burgerru, operato dai soldati dell’esercito, che innesca uno sciopero generale nazionale. Le manifestazioni di protesta raggiungono anche numerosi centri nel nord della Sardegna. Luigi, pur con qualche riserbo, non fa mistero ai due cugini Andrìa e Sebastiano delle sue simpatie socialiste. Conosce il Manifesto e ha letto parti del Capitale. Segue però le linee dei socialisti riformisti, ammirando in particolare Filippo Turati, ed è affascinato dalla carica libertaria e in qualche misura anarchica di Anna Kuliscioff. Durante due brevi soggiorni a Milano, presso dei parenti, ha contatti con alcuni circoli socialisti del capoluogo meneghino. Lì in paese però la storia è completamente diversa. Non tutti sono in grado di discernere in merito alle correnti politiche e per molti sinistra, destra, socialista, conservatore o populista sono vocaboli astrusi e praticamente incomprensibili. Anche per questo Luigi, che di norma essendo un insegnante della scuola pubblica ha doveri di imparzialità, ma quando lascia Sassari si sente un po’ più libero, apparendo non solo eloquente ma anche elegante – è pure biondo con gli occhi celesti – e soprattutto ben informato, nel piccolo centro è molto ascoltato e assecondato, in particolar modo da Sebastiano, che nella bottega di sartoria nella quale lavora ha appreso qualche elemento di dottrina politica dal maestro, un anziano artigiano che si dichiara anarchico. Proprio per questo, dietro sua richiesta, Luigi gli ha anche procurato in prestito qualche libro che, nonostante la modesta cultura, Sebastiano ha letto con assoluta avidità. Dal canto suo invece Andrìa…

Diviso in brevi, talvolta brevissimi ‒ ma molto riusciti ‒ capitoli (per la precisione ventotto) che si susseguono l’uno dopo l’altro come se si trattasse di una galleria di foto o di diapositive, il romanzo di Franco Mannoni è agile e interessante. Ai più probabilmente l’autore, classe 1938, è noto, specie nella sua Sardegna, soprattutto per la sua lunga attività politica: militante nel PSI, aderente alla corrente lombardiana, ex assessore all’ambiente e alla programmazione, viceprovveditore agli studi di Nuoro e molte altre cose. Non c’è però la politica fra i temi principali del suo romanzo, anche se tutto è politica e ogni artefatto porta in sé la natura dell’artefice: l’argomento fondamentale è la memoria. O meglio il disincanto che è determinato dal cambiamento, dal senso della perdita, della fine, della caducità di tutto, dal ritrovare diversi da come ce li si ricordava dei luoghi cari, intimi, personali, vagheggiati, in cui si torna perdendo quindi tutti i punti di riferimento. Andando indietro nella storia, tra guerre e ripresa, si parte arrivando e si arriva ripartendo: Attilio Serra, protagonista giunto alla pensione, dal mood proustiano come tutto il libro, oltre a essere, verrebbe da dire, un evidente alter ego dell’autore, non pare ottimista, eppure ha comunque speranza per il futuro, e la affida a chi si presume abbia ancora molti anni davanti a sé. È una città inventata dal vero il borgo ancora ancestrale, nonostante le false promesse di benessere e lo snaturamento non solo edilizio, di Aldianoa, in cui il cemento, simbolo di un progresso che ha fatto regredire, ha sostituito il mitico canneto citato anche dalla bella copertina, un paese che è il posto delle fragole del protagonista, in cui ha luogo un amarcord niente affatto indulgente, nemmeno verso la nostalgia degli aneddoti e della gioventù.



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