Se avessero

Se avessero

Il campanello di una villetta milanese risuona in una mattina di maggio.In quella elegante palazzina sita in zona Fiera vive l’avvocato Alfonso Sermonti, trasferitosi da Roma con la sua numerosa famiglia: la moglie di origine siciliana, aristocratica e molto affascinante, quattro figli maschi e tre femmine. La normalità di un campanello che suona porta in realtà sgomento e scompiglio negli abitanti della casa, perché il maggio è quello del 1945, la pace è ben lungi dall’essere raggiunta e l’Italia è percorsa da forze contrapposte. Quando la porta viene aperta la famiglia si trova di fronte tre partigiani col mitra spianato. I vicini hanno fatto la spia: in quella casa hanno visto entrare un giovane con la divisa da repubblichino. È il fratello maggiore, che in Grecia, effettivamente, dopo l’armistizio del 1943, invece di arrendersi era passato coi nazisti. I partigiani, dunque, avevano ottimi motivi per volerlo prelevare. Ma il ragazzo, bello, aitante e molto sicuro di sé, fronteggia con estrema tranquillità i tre giovanissimi partigiani, a loro volta spaventati e forse con poca voglia di fare realmente del male...Ma se quei tre avessero sparato a mio fratello? Su questo periodo ipotetico dell’irrealtà Vittorio Sermonti ricostruisce un periodo storico e soprattutto fonda il pretesto narrativo per dare la stura ai ricordi di una vita lunga e interessante.

Il fratello maggiore è il controverso Rutilio Sermonti, scomparso a 94 anni, fondatore del MSI, nostalgico del nazismo e accusato, giusto un anno prima di morire, di essere punto di riferimento di un’associazione clandestina neofascista. In un flusso di coscienza che somiglia a un lungo monologo teatrale, Vittorio Sermonti racconta della sua infanzia romana, di quando, contagiato dalla retorica del fascismo voleva arruolarsi, ma fu respinto perché troppo giovane. Parla poi della sua “conversione” comunista e di come, dopo l’invasione dell’Ungheria da parte delle truppe sovietiche, non rinnovò più la tessera. Intanto la distanza dal fratello maggiore (frater maximus) si fa incolmabile e Vittorio scopre le sue vere passioni: il teatro, la letteratura, gli amici intellettuali come Bassani, Parise o Pasolini (“il quale non aveva molta simpatia per me”). La scrittura è coltissima ma al contempo sciolta e veloce, puntellata di ironia e freschezza. I periodi molto lunghi, i continui rimandi, le digressioni, fanno di queste pagine una trascinante affabulazione e mettono bene in evidenza lo spirito di Sermonti: un uomo vitale e appassionato che, probabilmente, pur se con la misura e l’eleganza dell’età matura, non ha mai smesso di guardare il mondo con la curiosità e lo stupore di quel quindicenne di tanti anni fa.



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