Se consideri le colpe

Se consideri le colpe
Lorenzo sbarca in Romania per assistere ai funerali della madre e per comprendere le motivazioni, che in un lontano giorno della sua infanzia, l'hanno condotta ad abbandonarlo con il padre adottivo per partire per il Paese dell'est, per inseguire un progetto commerciale stravagante e soprattutto la passione amorosa per Anselmi, socio ed amante che non esiterà tuttavia ad abbandonarla a sua volta per legarsi a Monica, una giovanissima ragazza rumena...
Dopo le sferzanti denuncie dell’inquietante realtà del precariato, e le amare riflessioni sulle dirompenti condizioni sociali dell’opulenza consumistica, Andrea Bajani trova una nuova dimensione comunicativa perlustrando zone d’affetti e d’ombra. Con Se consideri le colpe compone un libro che è un curioso miscuglio di relazione di viaggio, di diario privato e di romanzo, un liquido di contrasto iniettato nel circuito dei nostri pregiudizi. Il viaggio a Bucarest di Lorenzo si rivela un accurato espediente per allargare la visuale su di un paese stravolto dalla delocalizzazione, un fenomeno economico dietro al quale si dissimula una nuova forma di colonizzazione. “Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito lì le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada ed innalzato capannoni con nomi italiani per mettere le mani su donne e denaro”. Sono i nuovi pionieri di un’economia feroce, che non mira alla promozione delle risorse umane ma tende unicamente al loro sfruttamento e che con la presunzione di “togliere il medioevo dalla testa di questa gente”, compra la loro miseria per pochi soldi. “Con i soldi sistemi tutto, i romeni vanno matti per i soldi.” Il protagonista si guarda intorno con un misto di inquietudine e curiosità, osservando con infinita tristezza l’infilata dei capannoni di lamiera, tirati su gli uni accanto agli altri così come l’opprimente presenza del palazzo di Ceausescu. Bajani incapsula le parole e gli aggettivi in maniera da vivificare gli ambienti narrati, disegnando con estrema leggerezza e con pudore una serie di immagini concrete e pur lievi, sempre avvolte in un’atmosfera molto tenue, riuscendo mirabilmente a gettare un fascio di luce sulle contraddizioni di una terra lontana squassata dall’avido furore di una devastazione morale. Con ruvido disincanto egli spoglia il mondo delle sue tinte consolatorie, rendendoci digeribile, ancorché non accettabile, la crudeltà umana e le miserie della vita, accomunando la malinconia di un ragazzo che ha perduto la madre tra le voraci fauci dell’egoismo con il silenzio straziante di coloro che vivono di miseria e di risentimento. Privo di acredine, l’io narrante si rivolge alla madre con un rimpianto nostalgico che nasce da una maniera di osservare il mondo ad un tempo distaccata e partecipe. Reggendo la lanterna dei suoi ricordi si addentra con pazienza e con determinazione nel buio di un’esistenza ricavandone un sentimento di straziante desolazione. "Hai cominciato a partire che ero piccolo. La prima volta è stato un viaggio di piacere, andare a trovare degli amici che avevano tentato la fortuna. Mi avevi disegnato il mondo sopra un foglio, la sera prima, e mi avevi fatto vedere dove andavi. Noi siamo qui, mi avevi detto, e domani io sarò in questo punto quaggiù. Avevi tracciato una riga con un pennarello rosso che partiva da casa e arrivava fin lì. È un ponte, dicevi, è come passare dall'altra parte del fiume. Così sotto il ponte avevamo colorato tutto di blu, avevamo riempito d'acqua l'Europa. Poi il foglio l'avevamo attaccato con lo scotch allo sportello del frigo, e lì è rimasto per gli anni a venire". Scritto con un linguaggio duro ma poetico il racconto coinvolge profondamente il lettore che viene assorbito da una narrazione che si dipana lenta ed accattivante. E non si può non entrare in sintonia con un autore capace di sedurre con emozionante naturalezza e di commuovere con raffinata essenzialità espressiva.

 

 

 

 
 
 
 
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