Se mi tornassi questa sera accanto

Se mi tornassi questa sera accanto
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In un posto imprecisato dell’Appennino, da qualche parte tra Campania e Basilicata, abitano Giosuè Pindari e sua moglie, Nora. Nulla è più lo stesso dopo che la figlia Lulù ha deciso di andare via di casa un paio d’anni prima, Nora è vinta da una “malattia dei nervi” che la trascina progressivamente in un mondo a parte, Giosuè, ormai in pensione e sempre più solo in una realtà in cui si riconosce appena, cerca di recuperare il rapporto con la figlia lontana e le scrive delle lettere che decide di affidare al fiume. Non sa più nulla di Lulù, né dove viva, né cosa faccia, spera solo che un giorno, magari complice un’ondata di piena, quelle lettere possano arrivarle e ricucire un rapporto fatto di assenze e di silenzi. Giosuè è “un uomo della concretezza, incline a confinare le emozioni in un ambito ingenuo, se non proprio patologico”. Socialista da sempre, sorretto da una fede politica che contiene “qualcosa di antico, ottocentesco e nobile”, assiste improvvisamente al naufragio di tutti i suoi ideali quando nel 1992 il partito si scioglie, travolto dallo scandalo delle tangenti. Nel tentativo di risanare quella ferita, l’uomo comincia a cullare un progetto impossibile: “fondare una città sulla riva del fiume”, la città dell’Ignoto Ideale”, “una cellula di libertà e utopia intorno al fiumeterra” dove ci siano “case per i contadini, bus per portare i figli a scuola, l’assistenza medica gratuita e continua”. Intorno a quel sogno, Giosuè imbastisce le sue giornate, cercando di convincere anche la figlia, ancora bambina, della sua possibile realizzazione. Lulù, che bambina non era mai stata perché da sempre occupata a fare da madre a sua madre, si lascia trasportare in quel mondo ideale, stringe con il padre un “patto irrevocabile” che impone l’obbligo di non innamorarsi fino a quando l’obiettivo non sia stato raggiunto. Lo spaesamento della ragazzina si fa ogni giorno maggiore, vittima di un sopruso genitoriale seppure inconsapevole finisce per rinunciare ai propri desideri e ad arretrare di fronte alle proprie ambizioni. Si laurea in agraria, come imposto dal padre, torna al paese, scopre che le condizioni di salute di Nora sono irrimediabilmente peggiorate e si accorge che nulla più la lega a quella famiglia ormai così lontana. Decide quindi di partire senza una meta precisa, viaggia per due anni vivendo di espedienti e finisce per approdare al Nord, vicino a Pavia. Qui farà un incontro inaspettato e avrà modo di capire molte cose del passato, mettendo ordine in una vita che fino ad allora non aveva mai compreso fino in fondo…

A due anni di distanza dal fortunato esordio con Cade la terra, Carmen Pellegrino torna in libreria con un romanzo lirico che parla di padri e figli, di terra, ideali, perdite e mancanze. Un ritorno che non ha bisogno di convincere perché sin dalle prime pagine ci catapulta in un mondo magico in cui però gli eventi storici restano vigili e partecipi di una narrazione comunque coerente. L’autrice ama spesso affermare che questo è un libro sulla distanza, sui rapporti che si lacerano e sul modo per operare un recupero attraverso una riconciliazione che riconsegni ad ognuno il proprio ruolo. Giosuè e Lulù sono due figure poetiche e bellissime che si stagliano in un universo di cui condividono pochissimo. Lui, uomo poco amato dalla moglie Nora, cerca di essere padre senza averne gli strumenti, tradisce l'innocenza della figlia, le sottrae la leggerezza e la spensieratezza dei suoi primi anni e le consegna una responsabilità troppo grande da gestire. Giosuè però riconosce i suoi errori, supera i propri limiti e impara che nella vita “si può fallire, che le mele marciscono, che l’olio talvolta viene aspro” e soprattutto che “non è sempre vero che i genitori indicano la strada; talvolta non sono che adulti venuti male, con un gran bisogno di imparare”. Lulù invece impara da sola, confinata in una casa esposta al freddo soffiare del vento di montagna, conserva le parole in un piccolo quaderno e sogna di diventare una “pensatrice” per poter aggiustare i pensieri rotti delle persone. Lei che si sente un ruscello piccolo e discreto è lontana dai sogni ambiziosi del padre e vive in disparte, “come se avesse ereditato dalla madre la propensione a perdere il contatto dalla realtà”. Ha sempre cercato amore Lulù senza trovarlo mai, non in sua madre, incapace di dimostrarle affetto, e nemmeno in Giosuè, tutto preso dai propri disegni fantastici tanto da diventare arido e distante. Cresce così, sempre alla ricerca di sponde a cui ancorarsi ma non si arrende ad una vita che qualcuno ha pensato per lei e sceglie la via difficile dell’abbandono. Eppure “se eviti a lungo un dolore non fai che diventarne ostaggio” e la fuga non corrisponde quasi mai ad una scelta di libertà. In un incedere quasi sospeso che mescola anni e ricordi, l’eco lontana della storia politica e sociale italiana contribuisce a restituire unità alla narrazione. Lo stile della scrittrice risente moltissimo della sua passione per la poesia - basti pensare al titolo che è l’incipit di una bellissima poesia di Alfonso Gatto - e porta gli inequivocabili segni di esperienze autobiografiche tanto da renderlo quasi un viaggio nella sua memoria personale. La speranza (o forse l’illusione) governa i destini dei protagonisti, i fiumi del prima e del dopo scorrono accanto alle loro esistenze e ognuno resta in attesa di una piena che operi un ricongiungimento finale, una volta che il cuore avrà trovato il coraggio necessario per guardarsi dentro senza più paure.



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