Se mi vuoi bene

Se mi vuoi bene

Diego Anastasi, avvocato civilista quarantacinquenne, è depresso. Non è la prima volta che precipita nel gorgo del male di vivere. Ha tredici anni quando l’estate 1982 gli piomba addosso con tre disgrazie in rapida successione: la ragazza lo molla alla vigilia della prova scritta d’italiano degli esami di terza media, è promosso con l’infamante voto “sufficiente” e riporta una frattura scomposta dell’omero destro dopo essere scivolato nella fontana del Tritone durante i festeggiamenti per la vittoria del Mondiale iberico. E ora che è “troppo vecchio per essere giovane e troppo giovane per essere vecchio”, con un matrimonio alle spalle e una brillante carriera, la depressione è tornata a fargli visita, senza ragione e senza preavviso. Si decide così ad andare da uno strizzacervelli. Il dottor Borromeo, che ha “un’inquietante somiglianza con Don Chuck Castoro”, comincia a scandagliare l’infanzia di Diego…

“La cosa difficile non è voler bene a qualcuno, ma è fargli del bene. C’è una sottile ma fondamentale differenza.” Partendo da questa intuizione, il regista Fausto Brizzi, alla sua seconda prova narrativa dopo il fortunato esordio con Cento giorni di felicità, scrive una storia coinvolgente con un protagonista imbranato ma testardo, in cui è facile immedesimarsi. Dopo aver stagnato nell’apatia, il nostro decide non solo di riprendere in mano la propria vita, ma di intervenire anche in quella delle persone a lui care, a costo di incasinarla ancora di più. Brizzi racconta con tono ironico e brioso, ma ammicca troppo al lettore. E troppa è la melassa di cui è impregnata la trama, che a tratti si rivela piuttosto prevedibile. Eppure, nonostante tutte le ingenuità e le mancanze, Se mi vuoi bene si lascia leggere piacevolmente, regalando qualche ora di intrattenimento leggero.

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