Se niente importa

Se niente importa
“All’età tua mangiavo pure i sassi”. Questa potrebbe essere una delle tante frasi dette da una nonna ad un nipote, nelle frenetica premura di assicurargli un nutrimento abbondante. Un bimbo sano è un bimbo che sottosta alla ferrea regola quantità uguale qualità. Sarà un meccanismo di autodifesa di chi ha conosciuto l’orrore della guerra e desidera blindare le future generazioni ad una vita prospera; il punto è che le nonne erano abituate ad un modello di sussistenza contadino e per quanto feroci potessero essere le uccisioni degli animali, non ricordavano nemmeno la minima parte del carico di sofferenza e violenza degli allevamenti intensivi odierni (quelli dai quali dipende il 99% delle carni che arriva nelle nostre tavole). E nonostante il senso comune voglia che la gallina non sia un animale intelligente (pare lo si capisca da come guarda la gente), se i tonni o i cavallucci marini non parlano un linguaggio a noi percepibile, o se la Festa del Ringraziamento ci impone lo sterminio dei tacchini, ciò non ci giustifica nel disumano massacro e neppure nell’altrettanto disumano concentramento (spesso al buio) in batterie di 4,32 decimetri quadrati. Quando dunque diventi tu stesso padre, non vivendo nella stessa società contadina dei nonni, ti chiedi cosa realmente dai da mangiare a tuo figlio. Gli spot delle grandi multinazionali ti assicurano che tutto è sotto controllo e che la qualità dei prodotti è garantita. “Stronzate!”, perché se chiedi alle stesse aziende di farti vedere come funziona l’intero processo di produzione ti vedi cordialmente defraudato di quel diritto. E allora sei costretto ad introdurti come un ladro nei casermoni dove sangue, piume e sofferenza paiono routine h24. E alla fine non ti occorre amare gli animali per ribellarti, ti basta semplicemente non odiarli…
La didascalia alle impressionanti foto di Tommaso Ausili (una delle quali pare proprio la copertina di Se niente importa), terzo classificato al premio World Press Photo nella sezione “attualità”, recita: “la mente dei consumatori spesso non associa assolutamente la carne confezionata con cura in vendita nei supermercati al suo processo di produzione”. Quella piccola porzione di testo appiccicata al fianco delle foto la possiamo utilizzare come emblematica sintesi di questo terzo capolavoro di Jonathan Safran Foer. Forse andrebbe detto prima di ogni altra cosa che questo non è un libro che vuol convincerci a diventare vegetariani. L’obiettivo non è quello di convertire, ma di informare. Foer non fa la morale a nessuno, non prende posizioni ideologiche, non impartisce la lezioncina; è ben conscio si tratti di problematiche complesse che vanno al di là del semplice scontro d’opinioni. Di certo c’è che nei sistemi di produzione industrializzata e intensiva gli animali sono il frutto di tecniche di manipolazione genetica, sono nutriti con diete innaturali, sono stipati a centinaia di migliaia (l’allevamento industriale considera la natura un ostacolo da superare – dice Foer), che allevare animali a fini alimentari è (secondo l’ONU) una delle due o tre attività che contribuiscono maggiormente ai più seri problemi ambientali su ogni scala, che l’assenza di carne dalla nostra tavola e una dieta vegetariana ben equilibrata non nuocerebbe alla salute, anzi. Sarà dunque il nostro stesso buon senso a portarci alla riflessione e non l’accoglimento tout court delle credenze del nostro autore. Anche perché più che di teorie, nel testo si trattano fatti; un intenso, appassionante e appassionato lavoro “giornalistico”, inattaccabile, inappellabile e proprio per questo così drammatico e sconvolgente. Ma Safran Foer è prima di tutto uno scrittore, uno dei massimi dei nostri tempi, e questo fa sì che nel raccontare tanto orrore non manchino ventate di delicatezza, come una nonna che ritaglia ossessivamente buoni sconto dai prodotti, come l’amore di una giovane coppia unita dal vegetarianismo, o il ritrovamento di un cucciolotto nero avvoltolato come un punto interrogativo in una pettorina con scritto: “adottami”. Un libro imperdibile dove realmente ogni cosa è illuminata e dove capiamo quanto il problema della qualità (anche morale) di ciò che arriva nelle nostre tavole sia una questione molto forte, incredibilmente vicina.

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