Se scappo, è peggio

Se scappo, è peggio

È in quel momento che decidi di viaggiare, quando la quotidianità nella solita bettola con la solita gente diventa opprimente. Si può fare con la fantasia o con l’aiuto di “sostanze compiacenti”, oppure col metodo classico: prendi l’aereo e via. Puoi partire per il Corno d’Africa. Solito zaino in spalla, solito check-in, solito imbecille che tenta di passare sotto il metal detector con cellulare e braccialetti, solita ragazza che finisce la sua bottiglia di acqua e poi la butta. In aereo puoi imbatterti persino in gente che fuma sigari e mastica quella droga chiamata chat. Puoi essere rapito da un gruppo di guerriglieri, essere tenuto in ostaggio per poi essere liberato in pompa magna, accolto da una delegazione istituzionale con banda militare. Una volta tornato a casa, puoi decidere di ripartire per Thailandia, Myanmar e Laos. Succede che addirittura vieni promosso al rango di copilota, e devi gestire un atterraggio non dei più agevoli. Nel tuo inquieto cercare arrivi a imbatterti in una splendida lolita troppo giovane, ma allo stesso tempo troppo bella per passare inosservata. Arrivato al Cairo ti trovi nel bel mezzo della primavera araba, tutti urlano parole in arabo e l’unica cosa comprensibile è il nome del dittatore Mubarak. E poi? E poi l’Argentina, Medellin, altre terre esotiche da conoscere e altre avventure assurde da vivere. Ma è tutto vero? È reale o ti eri solo assopito? E se fosse stato solo un sogno?

Leonardo Balza, classe 1976, è al suo primo romanzo. Pubblicato per Cavinato, Se scappo, è peggio! ha avuto una genesi molto travagliata. L’autore ha dichiarato di aver accumulato in quasi un decennio una montagna di “cose ignobili”, scritti vari, esperienze, storie e vissuti. Il lavoro che ne è seguito è stato quello di assemblare e amalgamare i vari scritti dando loro armonia e omogeneità. Non è usuale leggere un libro scritto in questa maniera, con la totale assenza di un filo logico a guidare i pensieri, e con una costruzione del pensiero che a volte può apparire eccessivamente funambolica ed elaborata. A ben vedere, un filo logico lo si trova cammin facendo, man mano che si dipana la trama ordita da Balza. Non è un’opera coerente, rigorosa e monolitica. Sono storie di viaggio, storie paradossali e surreali, che nulla hanno di biografico. Il linguaggio è sorvegliatissimo e scelto per stupire, lo stile ironico e dissacrante, piacevole e mai noioso. Talvolta Balza raggiunge pennellate di brillante pulp che può alla lontana ricordare il primo Palahniuk di Fight Club e Survivor. A ogni partenza il protagonista sperimenta avventure non proprio fortunate, che lo riportano puntualmente alla dimensione quotidiana, ostile e claustrofobica, che immancabilmente lo spingerà nuovamente al largo. Lo scopo del viaggio, in fondo, è tornare a casa per poter ripartire di nuovo, sempre alla ricerca ostinata di un arricchimento personale.



 

 

 

 
 
 
 

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