Se tutta l’Africa

Se tutta l’Africa
Il processo di decolonizzazione ha innescato in Africa meccanismi irreversibili. Sollevato il coperchio dei vecchi imperi che tenevano ancorate le nazioni africane alle madrepatrie (inglese, francese, olandese che fossero) quello che rimaneva era un continente da ricostruire, una classe dirigente da riconfigurare. L’impressione che la briglia fosse stata sciolta dava coraggio all’emersione di idee nuove e rivoluzionarie e con la forza dell’entusiasmo ideologico sfondavano gli argini anche figure che sarebbero diventate mitiche, intellettuali finissimi che avevano come contraltare personaggi grotteschi e surreali, controfigure politiche che dentro di sé portavano senza soluzione di continuità il germe del tribalismo esasperato nell’ostentazione di parvenze occidentali. L’esotismo della vita politica era la traccia identificativa, a volte divertente, altre abominevole: una pletora di viceministri e viceministri della vicepresidenza che equivalevano all’equazione tantissimi secondi, per pochissimi primi. L’Africa che nasceva, in quegli anni Sessanta, era un continente che nella sua sovrastruttura si interrogava, come era successo in Europa, se diventare una federazione o una confederazione di Stati ed era lì, molto chiaro davanti a tutti, in quelle trattative sfiancanti e talvolta sterili, che si capiva come il processo di decolonizzazione fosse stato un fenomeno solo epidermico. Nel frattempo, mentre venivano costruiti palazzi appositamente concepiti per ospitare grandi Conferenze interstatali, mentre nascevano nuovi Stati indipendenti, mentre i Capi di Stato ed i viceministri volavano da un punto all’atro del continente per deciderne le sorti, fondare movimenti, destituire rivali politici o anche solo per pavoneggiarsi, per le strade l’Africa continuava ad essere Africa ed a consumare il proprio persistente dramma…
Quanti fossero abituati a leggere i reportage appassionati di Ryszard Kapuściński, bellissimi per la loro profondità e umanità, rimarranno spiazzati nel leggere Se tutta l’Africa. Il taglio è più analitico e molto giornalistico, ma da a questa raccolta di dieci reportage scritti tra il 1962 ed il 1966 il pregio di risultare totalmente complementare agli altri contributi, più narrativi, che Kapuściński ci ha lasciato in eredità sull’Africa. Basti pensare a Il Negus, Ebano e a tante altre storie sparse un po’ in tutti i suoi libri (Lapidarium, La prima guerra del football). Eppure il tocco del maestro è inconfondibile nelle venature impercettibili che animano di ironia alcuni passaggi; come inconfondibile è l’impronta narrativa che sottende la descrizione delle figure che si muovono su questi scenari africani: un composto Ben Bella, abituato da anni di galera a mantenere per lungo tempo la stessa posizione; un eccentrico Fulbert Youlou, Presidente del Congo Brazzaville, prete fallito che insiste nell’indossare una tunica da gesuita ed al dito una riproduzione abnorme dell’anello pontificale. “Se tutta l’Africa fosse unita” era il sogno, rimasto tale, di Kwame Nkruma’h. Un’opera indefinita e sospesa. Lo stesso senso di incompiutezza che avvolge il continente si respira forte  attraverso queste pagine, una compagnia costante che non abbandona mai il lettore in questo percorso che Kapuściński ha voluto tracciare per gradi (forse, per gradi di sopportazione): prima viene l’entusiasmo allegorico di quell’esotismo della vita politica di cui sopra che diverte, stupisce, a tratti, addirittura, affascina; poi viene il momento di ridimensionare l’allegria, in cui saltano fuori dittatori in nuce che oggi, a distanza di decenni, troviamo ancora in carica, lotte intestine per la gestione del potere, tribalismi sanguinosi. Con gli ultimi strascichi di buonumore che indugiano sull’anello di Youlou, arriva la disillusione che, come una doccia fredda, trasforma il sorriso di allegria in una smorfia imbarazzata quando è chiara la verità, sintetizzata in una frase scarna: “In Africa poche cose dipendono esclusivamente dall’Africa”.

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