Sei grande, Marcus

Sei grande, Marcus
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Lille, Francia, anni Novanta. Pierre (Pierrot) ha una vita semplice, fatta di piccole cose che ama. Il suo banco di frutta e verdura al mercato. La collega Marion. Gli amici di tutta una vita. La sola ombra di dolore è per la morte delle due donne che più ha amato: sua madre ed Helene. Helene, scivolata nell’eroina e nella malattia in un viaggio senza ritorno, affida a questo mondo il piccolo Marcus, figlio suo e di non-si-sa-chi. I primi tempi è l’amica Fabienne a prendersene cura, ma vuole prima allontanarsi da quello stesso precipizio, ripulirsi, disintossicarsi. In una lettera, Helene ha chiesto a Pierrot di diventare padre di questo bimbo non suo, di amarlo come lei lo avrebbe amato, e di raccontargli la verità quando sarebbe stato grande abbastanza per capire…
Chi è “genitore”? Chi decide se un bambino può o meno chiamare “papà” un uomo i cui spermatozoi non hanno contribuito alla sua nascita? Il tema della genitorialità è molto attuale e offre spunto per dibattiti spesso accesi, ma Pierre Chazal ha il potere di raccontarlo con una dolcezza che spazza lontano ogni ideologia. Un trentenne si ritrova in casa un bambino suo, non voluto e non scelto, e istintivamente inizia ad amarlo. Un amore ricambiato, che si evolve giorno dopo giorno attraverso piccoli gesti: le cassette di frutta da trasportare, un disegno fatto a scuola, le serate in compagnia degli amici. Un amore così forte da superare anche il risvolto più tragico della trama, quando Pierrot finisce in carcere accusato di aver ucciso suo padre, quello biologico, violento e donnaiolo, il modello di genitore che mai avrebbe voluto imitare. 

 

 

 
 
 
 
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