Sei pezzi da mille

Sei pezzi da mille
Wayne Tedrow Junior, poliziotto di Las Vegas corrotto e onesto al contempo, è stretto tra un padre ingombrante, nemico dei neri, e una vendetta da consumare a tutti i costi; Ward J. Littell è un ex-federale con le mani in più affari contrastanti e una specie di coscienza sballata che lo tormenta; Pete Bondurant è un mercenario al soldo della mafia di Chicago, i cui interessi si sciolgono in un profondo anticomunismo, che tutto concede. L’assassinio di JFK è il punto zero, quello in cui sono tutti più o meno coinvolti. Da lì partono fili pressoché invisibili, che legano i protagonisti a decine di personaggi di secondo piano: esuli cubani rinnegati, teste calde destrorse, tizi del KKK, poliziotti corrotti, cabarettisti da quattro soldi, agenti dello spionaggio. Insomma l’insieme di persone ignote e con le mani sporche che ha cambiato la storia dell’America, influendo su eventi capitali, da Dallas alla candidatura di Nixon per le presidenziali del ’68...
Il secondo capitolo della trilogia di Los Angeles estende la narrazione dal novembre ‘63 al giugno ‘68, periodo che dall’assassinio di JFK conduce - passando per l’omicidio di Martin Luther King e la guerra in Vietnam - a quello di suo fratello Robert. Azione e conflitto si intrecciano in una dimensione spaziale multipla: si salta continuamente da Las Vegas, perno della vicenda, a locazioni sparse per tutta l’America e oltre (Texas, Florida, Cuba, Vietnam). L’azione narrata segue il conflitto come una telecamera mobile. Sei pezzi da mille è un concentrato di azione, una scarica inarrestabile di colpi. Settecento pagine di esplicitazione dei fatti, di conflitti, che immergono il lettore nell’odio e nelle vicende dei personaggi, con le loro prospettive e aspirazioni. Più della proverbiale crudezza, della esibizione di violenza, sono le novità nello stile e nella coralità/storicità dei personaggi, che fanno di Ellroy un maestro, capace di influenzare generazioni di narratori in Italia (Wu Ming, Lucarelli, De Cataldo) e all’estero. La tecnica di scrittura vagamente cinematografica ha fornito al cinema americano nuovi modelli di sceneggiatura, ricchi di dialoghi, dallo stile secco, tagliente come una lama e con eccessi comunque realistici. Non sorprende che proprio la particolare struttura narrativa di Ellroy sia stata oggetto di trasposizioni cinematografiche, più o meno riuscite.

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