Selvaggi

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America meridionale. Tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta i minatori devastano la rigogliosa foresta amazzonica alla ricerca dell’oro. Gli scavi lasciano ferite aperte nel terreno e scuotono la comunità indigena degli Yanomami. La comunità internazionale s’indigna per le morti e la devastazione, il governo locale fa sgomberare i minatori, ma è solo un diversivo per calmare le acque. In un altro punto gli scavi riprendono, così come gli spari nella foresta e le morti senza senso. La lotta tra i due gruppi è all’ultimo sangue, non ci sono mediatori, ma l’atavica supremazia del più forte. Ciò che può essere concepito moralmente sbagliato, forse è solo un processo evolutivo inevitabile. Funziona anche per gli ecosistemi e non occorre ripristinare a tutti i costi ciò che è andato perduto, ciò che si è estinto. La natura deve avere la libertà di seguire i suoi processi di adattamento senza forzature umane. Anche quando si reintroducono piante o animali, non occorre creare recinti o pianificarne lo sviluppo. Tutto ciò non è prevedibile e non deve esserlo, non sarà mai come in passato, l’ecosistema deve trovare nuove vie per adattarsi. Un concetto valido anche per l’uomo. La “rinaturalizzazione” non è il rigetto della tecnologia, dei vaccini e di tutti i vantaggi acquisiti grazie alla scienza e alla tecnica, bensì la capacità di saperli sfruttare, di reinserire l’uomo nell’ambiente: “Il rewilding, paradossalmente, dovrebbe avvenire per il beneficio delle persone e per migliorare il luogo in cui viviamo – non per il bene di un’astrazione che chiamiamo Natura”…

Ci sono eventi e segni che predispongono le persone a scegliere un percorso di vita ben preciso, a volte non convenzionale, a volte percepito come una missione. Frequentava il collegio, George Monbiot, quando ha avuto una sorta di illuminazione che ha determinato in lui il cambiamento, il tutto grazie alla lettura di un libro trovato per caso in una scatola: Paolo and Panetto (un libro illustrato per bambini scritto da Bettina Ehrlich, mai tradotto in Italia). Nasce così la volontà di seguire un percorso diverso rispetto all’impostazione familiare, conservatrice e austera. Il cambiamento è alla base della filosofia di vita di Monbiot: non lasciare che le cose restino come sono se non le approviamo. Da qui l’enorme impegno negli anni, sia come attivista politico, che come giornalista – cura attualmente una rubrica sul “Guardian” e alcuni suoi articoli compaiono sul settimanale italiano “Internazionale” – ambientalista, ricercatore, viaggiatore instancabile. La gioia per le meraviglie della natura emerge dalle pagine di Selvaggi, testo ricchissimo di descrizioni ambientali, il cui punto di partenza in ogni capitolo è un’esperienza personale dell’autore. Vengono citate innumerevoli specie di animali e piante, descritti ecosistemi, analizzati i limiti delle politiche ecologiste e non solo. Il rewilding di Monbiot auspica quello che definisce il “ricoinvolgimento” dell’uomo nella natura, ma lasciandola libera di seguire il suo corso, senza schemi troppo rigidi, recinti e paletti. Il punto di partenza per la sua analisi è il Galles, ma gli spunti e le criticità sono applicabili a tutto il mondo. Ricchissima la bibliografia del volume, le leggi citate, le associazioni con cui il giornalista si è confrontato per elaborare le sue idee provocatorie e audaci: “Il mio obiettivo è quello di ampliare la gamma di ciò che consideriamo possibile, di accendere l’immaginazione ecologica”.



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