Semina il vento

Semina il vento
Giacomo Musso 35 anni, maestro elementare, si trova nel reparto di massima sicurezza di un carcere del nord Italia: interrogato, ha davanti una copia del Corriere della Sera che ritrae il cadavere di sua moglie Shirin. Blocnotes e biro, un pacco di fotografie: ecco ciò che gli viene dato, ecco ciò con cui inizia a ripercorrere la sua storia. Qualche anno prima, a Parigi, Giacomo cura esposizioni scientifiche per ragazzi alla Citè des Sciences e di sera fa il cameriere in un locale, per arrotondare lo stipendio, altrimenti troppo basso per mantenersi nella capitale francese. Shirin è una delle frequentatrici di questo locale: interessante, esotica, misteriosa, parigina nei modi, orientale nel nome, mediterranea nei colori. È di origine iraniana, i genitori hanno lasciato Teheran nel ’79, dopo la cacciata dello scià e lei è nata a Parigi, nell’81; Giacomo invece proviene dalle montagne piemontesi, da un piccolo paese di nome Molini, dove lo aspetta una casa di famiglia rimasta ormai vuota, dopo il decesso di entrambi i genitori. Il loro non è un amore immediato, nasce da una curiosità reciproca, comincia con incontri sospesi e tradimenti, finisce con l’essere una grande storia perchè “ci sono storie d’amore che iniziano all’improvviso, con notti memorabili, la nostra cominciò lentamente, come tra compagni di liceo”. Presto arriva la decisione di convivere, poi il matrimonio infine il trasferimento: a Giacomo viene proposto di insegnare alle scuole elementari del suo piccolo paese d’origine, Shirin accetta di buon grado, potendo lavorare per la sua azienda anche a distanza e attraverso la filiale italiana e così la coppia si stabilisce nella casa di famiglia, a Molini. Inizialmente tutto gira nel verso giusto, lei socializza con i vecchi amici di Giacomo, si instaura un clima positivo: mano a mano qualcosa inizia a cambiare, Shirin viene avvertita come una presenza estranea, diversa e lei inevitabilmente, lo percepisce…
Alessandro Perissinotto abbandona il genere poliziesco con cui si era dilettato finora per la stesura di un romanzo intenso e spietato, volto a raccontare con la necessaria crudezza il pericolo che si cela dietro la crescente intolleranza della società italiana. Siamo ormai assuefatti a leggere sui giornali le continue prese di posizione di politici che hanno fatto della paura nei confronti dell’immigrato, dell’altro una vera bandiera, incarnando quelli che sono i timori atavici e mai repressi dello strato più chiuso e ignorante del nostro paese: sì ignorante, perché ignora quanto la paura inspiegabile nei confronti di chi è diverso da noi generi altra paura, e poi odio in una catena infinita. Quelle che racconta Perissinotto in Semina il vento sono le conseguenze più nefaste di questa spirale d’odio in grado di rovinare anche la più profonda delle storie d’amore, in grado di risvegliare sentimenti sopiti di vendetta e la ricerca affannosa di un’identità lontana, solo per il gusto di dichiararsi diversi, solo per legittimare l’integralismo più assoluto. Shirin, che nella prima parte del romanzo appare quanto di più vicino all’idea di cittadina del mondo, incarna questo bisogno: in cerca di una risposta all’intolleranza che la circonda, ne genera altra, in un eterna battaglia che crea solo sconfitti. Il ritmo del romanzo è quello di un giallo della miglior levatura: è un crescendo di dettagli che si infittiscono, avvinghiando il lettore e facendolo sconvolgere, di fronte all’inclemenza della storia narrata. Ma a  volte, un pugno nello stomaco fa bene: e farebbe bene anche alla nostra Italia benpensante.


 

 

 

 
 
 
 
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