Sensitive

Sensitive

Delena è il suo nome. Il nome che ha usato per fare la pornostar. Così dice al santo da cui si reca per avere il perdono che non sa darsi. All’inizio è tutto un gioco. Non le piace. Non sente nulla. Finge tanto bene che tutti pensano esattamente il contrario. Cikky le dice che è portata, che è un vero peccato non proseguire, anche perché è così bella che tutti possono vederne la bellezza. E questo è ciò che più le piace. Essere guardata e ammirata come una cosa preziosa. Come la cosa più preziosa al mondo. È lo sguardo su di lei che la eccita, non essere penetrata fino in fondo. Eppure, è brava… Continua a emettere suoni che per lei non avevano alcun significato, Freung scrive e riscrive su di un taccuino nero, senza che lei riesca a scorgere alcunché. Non sa, non capisce, ma confida in Freung e nella sua indole geniale, tanto decantata da Serafina, che di certo gli permetterà di sciogliere il busillis intricato della sua mente, per poi svelarle la soluzione dell’enigma. Il dottor Freung non fa altro che proporle parole che le suscitavano associazioni ricorrenti. Comincia a pensare che lui voglia prendersi gioco di lei. Perché mai proporle di continuo suggestioni connesse alla parola arance?… Quando Clara vede il vestito ha una reazione insospettabile, inizia a insultarlo, a dirgli che le fa schifo, gli chiede in lacrime perché l’abbia acquistato. Poi tace. Gli sembra per un’eternità. Gli chiede perché lui, Matteo, voglia farle del male. Ma Matteo non vuole affatto farle del male…

Dietro il nom de plume che rievoca, riecheggiandolo nella forma e nei suoni, l’appellativo anch’esso fittizio (all’anagrafe risultava infatti come Vivian Mary Hartley) per il tramite del quale è passata alla storia (ha vinto tra i molti premi anche due Oscar, per Via col vento e per Un tram che si chiama desiderio) un’attrice eccezionale, si nasconde una scrittrice che conosce l’arte della parola sia in poesia che, come in questo caso, in prosa. Sa come avvalersene e come declinarla nelle sue molteplici sfumature. Attenta osservatrice e appassionata narratrice del mondo che ci circonda, di cui denuncia la brutalità, la meschinità, la violenza, la pochezza, l’aberrazione, l’ottusità, sentimenti che, tristemente diffusi fra gli individui, si riverberano anche e amplificati nel collettivo, Vivian Ley ha uno stile raffinato e ricco di riferimenti, perturbante, onirico, ruvido, destabilizzante, vibrante e anticonvenzionale: questa compiuta raccolta di racconti, taglienti e spesso erotici, evocativi sin dai titoli (Pornostar, La donna dal rossetto volgare, La casa, Marilyn, Come stai papà?, L’uomo mai nato, La doppia vita di Vivian, Lei, Stevenson, Il Dottor Freung, Le casse nere e amaranto, Perché vuoi farmi male?, La sirena, La borsa rossa, Mare calmo desolato, La madre, La confessione e La strana creatura), evidenzia la banalità del male nel nostro mondo in apparenza estremamente progredito.



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