Senza filtri

Senza filtri
Simon Gray è ormai un pensionato di sessantasei anni che vive a Londra insieme con la moglie Victoria, quando a pochi giorni di distanza dal Natale si reca al ristorante Chez Moi. Ad attenderlo trova Harold Pinter, il regista che ha diretto numerosi spettacoli teatrali tratti dalle sue sceneggiature. Questi gli rende noto, in maniera diretta e priva di alcuna apparente forma di disperazione, di aver appena scoperto di essere affetto da un tumore all’esofago. L’autore inglese, che fuma mediamente tre pacchetti di sigarette al giorno più per vezzo che per necessità, e che si è sempre considerato più vulnerabile rispetto all’amico, per la prima volta nella propria vita avverte la strana sensazione di dovergli sopravvivere, di essere costretto a vederlo spegnersi lentamente, come già sta avvenendo per il caro Ian Mackillop. Una condizione, tuttavia, in cui verrà a trovarsi lui stesso non molto tempo dopo, allorché gli verrà diagnosticato a sua volta un piccolo tumore. Il pensiero della morte, con cui a questo punto entra in rapporto in maniera diretta, non provoca in Simon Gray alcuna forma di terrore, ma accende piuttosto il desiderio di recuperare spezzoni della propria vita passata in un viaggio a ritroso nel tempo. Fin quasi alla vigilia della morte, il drammaturgo inglese continua pertanto, nel monologo ininterrotto che è il suo diario, a registrare annotazioni di ogni genere. Come in un teatro della memoria, messo in moto da sensazioni presenti che rimandano a ricordi del passato…
Chi può insegnarci cos’è la mortalità meglio di un immortale divenuto mortale? Conosciuto come commediografo e sceneggiatore di largo successo, ma anche come scrittore e umanista, Simon Gray (1936-2008) è stato uno di quei rari personaggi eclettici, capaci di animare il mondo abitandolo, amandolo, osservandolo con occhi curiosi, critici ma appassionati. Ad un anno di distanza dalla sua scomparsa, Gaffi pubblica questo suo Senza filtri. Si tratta di una sorta di testamento spirituale, in cui l’autore inglese ripercorre la propria vicenda umana e intellettuale - per certi versi esemplare - con il fascino di una sofferta meditazione interiore, non priva del residuo di un’aura poetica che fa perno attorno al senso del mistero della vita. Ma ad impressionare davvero non è tanto il ritmo narrativo del racconto, sorretto da pezzi di vita che - come una serie di scatti fotografici - uno dopo l’altro incalzano il lettore, impedendogli di mettere il libro da parte. Semmai, a toccare è la carica dirompente di una riflessione franca sui temi del nostro rapporto con la vecchiaia e con la morte, nonché l’efficacia espressiva con cui la percezione della stretta finale viene trasferita sulla pagina. Rivelando, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, che Simon Gray sapeva scrivere. E, sapendolo fare, è riuscito qui a trasformare la sua vicenda in una testimonianza fuori dal comune, che sarebbe troppo facile liquidare come una confessione sulla soglia di un addio, su cui impietosirsi o rimanere allibiti.

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