Senza tregua

Senza tregua
Cosa vuol dire essere gappista? Non di certo essere un terrorista, tantomeno il membro di un commando di mercenari in cerca di avventure estreme. Piuttosto, significa appartenere ad un corpo dedito ad una vera e propria guerriglia urbana, pronto a sferrare attacchi al nemico ovunque esso si trovi: nei bar, per strada, fin dentro il cuore dei suoi fortini. Entrare nei Gap, gruppi di Azione Patriottica, vuol dire decidere di abbracciare una vita dura e straziante, fatta di nascondigli cambiati di continuo perché qualcuno, se catturato, potrebbe parlare sotto tortura. Si muovono in pochi, a volte agiscono da soli, ma fanno tanto rumore da sembrare centinaia. Attentati e sabotaggi sono il loro pane quotidiano. La morte è un pensiero, ma nient’altro che quello. “De Amicis aveva esaltato, a suo tempo, la bellezza della morte per la Patria… Noi siamo di parere contrario. Amiamo la vita e la morte la sopporteremo con dignità e fierezza”. E la morte, in quell’avventura, fa l’occhiolino per ogni ponte da minare, per ogni traliccio dell’elettricità da far saltare; per tutte le volte che si decide di colpire nel mucchio per uccidere quanti più tedeschi e fascisti possibili. Con le loro azioni, i Gruppi di Azione Patriottica hanno rappresentato in città quello che le brigate hanno significato in montagna, con l’unica differenza di una storia meno nota. I gappisti, misero seriamente in crisi l’organizzazione del nemico, con le esecuzioni degli ufficiali nazisti, dei fascisti e delle spie, attaccando convogli stradali, attentando ai locomotori, incendiando gli aerei sui campi di aviazione, rompendo l’attendismo che immobilizzava le forze dopo l’8 settembre. Non dei superuomini, soltanto “uomini dominati dalla volontà di non dare mai tregua al nemico”…
Giovanni Pesce, nome di battaglia Visone, è una delle figure leggendarie del gappismo, prerogativa esclusiva delle grandi città del nord Italia. Attraverso la sua diretta testimonianza getta una luce su un pezzo spesso dimenticato di Resistenza, su quelli che possiamo chiamare “i partigiani di città”. Senza tregua è una delle pietre angolari della sconfinata bibliografia memorialistica dedicata alla Resistenza. Ancora più preziosa perché i gappisti non sono stati molti: perlopiù giovani reduci dalla guerra di Spagna ed avvezzi alla severa disciplina della cospirazione, del carcere fascista e del confino. Scorre asciutto e senza fronzoli, ma con descrizioni precise e dovizia di particolari nel rievocare le azioni cruciali o nello spiegare come costruire una carica esplosiva a tempo. I ricordi si sovrappongono assumendo ora le fattezze di passi di un vero e proprio diario, ora le sembianze di un racconto appassionato, con quell'essenzialità priva di compiacimento. Visone narra e spesso si ha l’impressione di leggere non più un libro di memorie ma un thriller, di quelli al cardiopalma in cui all’inseguito scoppia il cuore e sente il fiato dell’inseguitore sul collo. Ed un pò lo sente anche il lettore. Ecco, questo è quello che si prova quando si legge di come durante una fuga Pesce abbia freddamente deciso di ammazzare i tedeschi che lo inseguivano semplicemente svoltando un angolo e buttandosi a terra per sparare. Se gli si fosse inceppata la pistola, se non avesse scelto i tempi giusti? Un gappista non si poneva queste domande perché Resistere era così: rischiare sempre. Senza tregua.

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