Senza uscita

Senza uscita

Quanta importanza può avere un cognome nella vita di un individuo. Come può rovesciarne o innalzarne la sorte. Come può precipitarlo in un vortice di eventi che sommergono quanto una valanga di neve. Walter Wilding è un nome che nella Londra dell’Ottocento il responsabile dell’anagrafe dà ad un trovatello dell’Ospizio. Ma quando quest’ultimo trova famiglia, la quale lo battezza con nuove generalità, e il nome si rende nuovamente libero, questo è dato ad un altro piccolo sfortunato. Walter Wilding (uno dei), è un ex orfano, ora mercante di vini, dal carattere mite e onesto. Insieme al suo amico e socio Mr. George Vendale ha rilevato una cantina che adesso porta il suo nome: la Wilding & C. Sembra che le cose gli vadano bene, è uno che ce l’ha fatta, si direbbe, ha grandi aspettative e sogna di condividere casa e lavoro coi suoi futuri operai. Ma per una paradossale coincidenza, scopre che quella che pensava fosse la madre ritrovata ‒ colta da un tardivo pentimento ‒ in realtà è una donna ingannata da dalla drammatica omonimia dei Walter Wilding. La sua onestà e l’amore che pur ha provato e prova per lei, lo spinge a cercare il vero figlio della donna, il vero Walter Wilding, allo scopo di dargli le ricchezze che deriveranno dalla cantina rilevata grazie all’aiuto economico della falsa madre. I documenti in suo possesso lo portano in Svizzera ma lì ogni traccia si perde, quel Wilding può aver cambiato nome, può essere morto, può non essere più nel Paese. Di lui non c’è traccia e non c’è modo di risalire ad alcunché: le piste finiscono tutte su un binario morto e quando Wilding muore, il compito di rintracciare il figlio legittimo spetta a Vendale che si ritrova, suo malgrado, ad affrontare un vortice di circostanze inattese e spettacolari…

Quando esorta il giovane Collins ad intraprendere la carriera di scrittore, Dickens ha già scritto Oliver Twist, Il Circolo Pickwick, La bottega dell’antiquario e David Copperfield. Dal canto suo, tuttavia, Collins non tarda molto a diventare uno dei pionieri e maestri del genere poliziesco. Immaginate allora un favoloso creatore di personaggi ed eccellente affabulatore dalla fantasia sfrenata e un mago della suspense, dell’intreccio e del colpo di scena che si mettono insieme per scrivere un romanzo partendo da una intuizione forse banale ma fulminante: “il nome conta assai poco”. Gli ingredienti per una storia difficilmente sintetizzabile senza correre il rischio di spoilerarne una parte e che lascia fino alla fine col fiato sospeso, ci sono tutti. C’è il mistero, l’amore, il rovescio di fortuna, la violenza, una leggera indagine psicologica, l’eroismo dove non te lo aspetti. C’è il sotterfugio e l’inganno, la collisione tra la truffa e l’onestà; l’urgenza della verità e la violenza miope della menzogna. Dove c’è Dickens, poi, non manca mai il riferimento alle fasce popolari, ai bassifondi lungo il Tamigi; non manca mai una lieve incursione nel socialismo (la comune sognata da Wilding), una velata e costante denuncia sociale (la freddezza con cui veniva affrontato il delicato tema degli esposti). Pensato e concepito come un’opera di teatro, in realtà Senza uscita è il sapiente melting pot delle genialità dei due. Se una nota all’inizio del libro non ci spiegasse come ha funzionato la ripartizione della scrittura e cioè che solo alcune parti sono state scritte a quattro mani, mentre il resto è un gioco di sottili e giocose alternanze, potremmo passare tutta la vita ad isolare le parti di Dickens da quelle di Collins senza venirne a capo. Non serve: i due finiscono per fondersi e perdere i reciproci confini. Le qualità dell’uno sono funzionali a potenziare e fluidificare quelle dell’altro. Si divertono a scrivere questa storia, è evidente dalla miriade di colpi di scena, mutamenti di scenari, inserimenti di personaggi nuovi, viaggi, peripezie dettagli all’improvviso. Il lettore è preso dentro le loro maglie fatte di cattivi e di eroine, di cantinieri profeti che lamentano di ubriacarsi solamente assorbendo l’alcool dai pori della pelle, di notai miti e compassati che si vantano di una portentosa cassaforte, di figure fugaci, montanare, eteree come neve eppure determinanti, intagliate e narrate con chirurgica precisione. E poi, quasi come fosse un atto rivoluzionario, questa storia è il territorio delle donne che con le loro azioni determinano in maniera incontrovertibile le azioni degli uomini. Esse stringono i nodi cruciali e danno l’abbrivio a partire dai quali i personaggi maschili sviluppino la trama; esse sono il rigido ed esatto perimetro dentro il quale questa trama di compie. Non fidatevi, siate guardinghi, badate a dove mettete i piedi: questa storia è come quel serpente addormentato che sembra essere stato domato ma non appena il domatore abbassa la guardia, gli sferra un morso letale. È così fino alla fine.



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