Sepolcri di cowboy

Sepolcri di cowboy
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Prendere un aereo nel settembre del 1973 non è semplice, anche se vuoi semplicemente andare in Messico dove ti aspetta tuo padre, tuo marito. La milizia controlla, la milizia contiene e non vuole che le persone possano scappare dall’inevitabile repressione. Arturo Belano è alle prese con un check-in molto complicato, reso ancora più difficile dal nervosismo della madre che quasi si scontra fisicamente con la polizia. Alla fine c’è il ritorno a casa di Monica Vargas, dove sono ospiti in attesa del decollo. Per il momento non ce n’è e devono rimandare il loro viaggio. Arturo è fuori controllo, preferisce saltare la scuola per trascorrere le sue giornate nelle librerie, ad ascoltare le storie delle terre della sua famiglia, a Villaviciosa, a Santa Teresa, paese di poche anime, ma tanta tradizione. Preferisce rifugiarsi nei film, nelle letture. Finché non capita nella resistenza cilena. E poi c’è Patricia Aranciba, che lo salva la mattina del golpe, per poi scomparire: desaparecida!

Anche in racconti non ancora sistemati, Roberto Bolaño resta un immenso narratore. I tre abbozzi riuniti da Adelphi in questo esile volume non hanno avuto l’ultima revisione dell’autore, infatti si tratta di carte ritrovate dopo la morte di Bolaño e che dovevano costituire l’ossatura di opere ben più organiche, come I detective selvaggi, dove pure si parla di poesia, avanguardia e Messico. O forse no. Infatti con Bolaño non siamo mai sicuri di nulla: la sua narrazione sgorga in modo magmatico senza un’apparente idea precisa, anche se in realtà si snoda sempre in modo calibrato sul limite fra reale e surreale. Bolaño è capace di portarci fra il Messico e Santiago come se fosse il viaggio fra due città poco distanti, quando in realtà si tratta di un cammino che avvolge un intero continente; non conosce una divisione ben precisa fra nazioni, ma esplora tutta l’America Latina, così come la dipingeva Eduardo Galeano nel 1970 (Le vene aperte dell’America Latina). In treno, in nave o in pullman, da Sonora fino alle Ande, fra amori, passioni, poesia e resistenza, tutto è lo specchio di un solo popolo, con mille storie differenti. Ed in quelle storie, vere fino all’inverosimile, immaginarie fino ad aderire perfettamente con la storia vera, Bolaño introduce il suo lettore in un universo di possibilità che stordisce. Due testi hanno come filo conduttore i giorni immediatamente prima e dopo il golpe del generale Augusto Pinochet l’11 settembre 1973, giorno infausto per il Cile che piange da allora l’amato presidente Salvador Allende, brutalmente assassinato dai soldati guidati da “Il Macellaio”. C’è la rabbia, la delusione, le passioni per le belle ragazze e la poesia avanguardista, ma anche la voglia di non sottomettersi ad un destino che sembra già segnato. Il terzo testo invece è una surreale telefonata per entrare nel Gruppo Surrealista Clandestino. C’è ribellione, c’è aspettativa, c’è speranza in quelle pagine; mai sentimenti scomposti, piuttosto smarrimento; mai straniamento, piuttosto resilienza. Vitale, se si potesse riassumere la scrittura di Bolaño, “vitale” sarebbe l’unico aggettivo imprescindibile. Non importa se si tratta di tre abbozzi di opere probabilmente più complesse, non importa se non c’è una fine ben precisa o se la materia comunque non ha avuto una revisione complessiva: ogni suo pensiero è la mise en abîme di un universo che si può duplicare all’infinito mantenendo però la coerenza dell’immagine iniziale, quella del gaucho, del cowboy, del poeta, dell’America Latina.



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