Seppellire i morti

“Nel mezzo della morte siamo colti dalla vita”. Nell’atto corporale del seppellire, del prendersi cura del corpo del defunto, dell’altro, si è colti dalla vita. Il luogo della morte è lontano, lontanissimo dalle attitudini della società odierna, quando non è addirittura messo ai margini, oscurato, rimosso. I cimiteri delocalizzati, ben distanti dal pubblico quotidiano; l’approssimarsi della morte del singolo, sempre improvvisa, in non-luoghi come gli ospedali. La morte arriva, e le parole mancano, mancano i gesti. Ritrovarsi, celebrare, ricordare: tornano continuamente, in veste sfilacciata, senza intenzione, tirata un po’ qui un po’ là; si dà largo spazio ai tecnici e i professionisti del settore, “emarginando la morte”. Oppure, deriva opposta, si rende “soltanto soggettivo il rapporto con la morte”. Negli inceppi della macchina della morale e del diritto in società, diventa pericoloso anche affermare la sacralità della vita quale rigido princìpio da perseguire a tutti i costi. Di rimozioni e di princìpi, di morte non si parla. Non vivendo il suono e il silenzio. Come fare, allora? Come riprendere le tracce della tradizione, dell’antico accostarsi alla morte come soglia, tramite le pratiche di comunità? Riscoprire, allora, il gesto e il rito, lo scandirsi di momenti contigenti e ancestrali, prendersi cura dell'altro smettendo autoreferenzialità, allontanandosi anche per qualche attimo dal proprio io, uscendo da sé e così toccando l'altro, in un rapporto che ci ri-guarda, che così ci lega a chi prima di noi, tendendoci verso chi dopo…

L'editore bolognese EMI propone una collana di saggi dedicati e alle opere di misericordia corporale e alle opere di misericordia spirituale. Ultimo atto delle opere di misericordia corporale, Seppellire i morti è il breve studio di Andrea Grillo, docente di teologia sacramentaria a Roma. In esso vi è l'invito a parlare di morte, a soffermarsi sul momento e sulla soglia, a suggerire il silenzio. Intorno all’etimo misericordia, una teologia della morte – da rinnovarsi nel simbolo e nel rito – (con suggestioni da un certo cinema ispirato) per ritornare su un atto semplice, vicino, di contatto con il defunto: prendersi cura, avvicinandosi all’ascolto di una più profonda esperienza cristiana. In tempo di rimozione e dimenticanze (“manchiamo drammaticamente di forme adeguate a tale compito: balbettiamo parole, accenniamo gesti, rimuoviamo processi, dimentichiamo pratiche”), l’uomo e la Chiesa devono operare nella riduzione di un altrettanto drammatico scollamento tra le sfere ingabbiate/usurate del sacro e del profano. È bene dunque tornare sulla tradizione, sulle opere di misericordia ai morti, alla cultura del gesto semplice, vicino: “morire con e vivere con”. Che la Chiesa, si augura Grillo, trovi le parole e ritrovi il silenzio, quando è il momento: “la ripetizione della stessa prassi e della stessa cerimonia non garantisce per niente la tradizione […] non solo un’ars moriendi spirituale e coscienziale, ma anche un’ars celebrandiars loquendi e ars sentiendi – ne è dunque la condizione essenziale”. Per una euthanasia: bella morte e vita buona.



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