Sera in paradiso

Fine giugno 1943: Lucha e la sua amica Hope sono tirate in ballo in un affare da Jake e Sammy; si tratta di vendere sessanta biglietti arrivati freschi freschi da Chicago. Sopra ad ognuno vi è raffigurato un carillon. A fianco ad esso, un sigillo rosso con la scritta NON APRIRE. Il sigillo contiene un nome, quello vincente dei trenta riportati sul biglietto; nomi di tre lettere sui quali si può scommettere a cinque centesimi l’uno. Le ragazzine guadagnano un quarto di dollaro a biglietto, così Jake e Sammy: soci al cinquanta e cinquanta. Solo che Jake, un odioso ragazzino punk, è pronto a scommettere divertito sul fallimento delle due amiche, le quali partono invece determinate a dimostrare il contrario mentre Sammy comincia a cronometrarle... Lucha e Hope sono sgomente di fronte al temporale: tuoni, fulmini, acqua scrosciante che fa straripare i canali di scolo, distrugge le case, si porta via i polli e le automobili. La corrente salta, il telefono non funziona più. Perché a El Paso l’estate piove sempre? Le due ragazzine non ne hanno la più pallida idea. A casa loro nessuno spiega mai nulla; in particolare in casa di Lucha, dove nessuno si rivolge la parola, ed è raro trovare tutti – zio John, mamma, nonna Mamie, nonno, la piccola Sally – insieme nella stessa stanza... All’angolo tra El Bosque e Las Lilas, Queena, Conchi e Laura, di ritorno da scuola, discutono dei programmi del fine settimana, sotto le falde dei loro cappelli a tesa larga. Alle ragazze spettano ben quattro giorni di vacanza: Queena prenderà lezioni di sci; Conchi si dividerà tra sarta, parrucchiera, corsi di danza e di tennis. Laura, con grande meraviglia delle altre due, dice che soggiornerà al fundo di un importante Senatore delle Miniere, vedovo, uno degli uomini più ricchi del Cile. Solo le sembra sconveniente raccontare che ci sarebbe andata da sola, dato che i suoi genitori si erano tirati indietro proprio quella mattina... Decca se ne sta in penombra alla luce del fuoco e delle candele. Indossa un kimono verde dai ricami elaborati, e il suo corpo è ancora bello. I suoi occhi sono arrossati dall’alcol. Laura entra nella stanza, elegante nel suo cappotto italiano lungo e scamosciato. Le due hanno qualcosa in comune: entrambe hanno sposato Max, mascalzone impenitente e tossicomane. Max ha lasciato Decca per Laura, che gli ha dato due bellissimi bambini. E adesso, è pronto a sposare la giovane Camille: giovane proprio come lo erano Decca e Laura ai tempi in cui lui le aveva chieste in moglie. E la porterà ad Acapulco per la luna di miele, magari nella solita, bella suite al Mirador che profuma di bouganville e ibisco. Urge del rum: pensieri tristi e recriminazioni prendono il sopravvento, mentre le due piccole tazze da tè vengono continuamente rabboccate... Maggie non è disposta ad ospitare la sua vecchia cognata Zelda per Natale: non saprebbe dove metterla con una casa piccolissima, tre figli – uno dei quali è costretto a dormire in garage – e un loro amico dal New Mexico che ha preso la residenza sul pavimento del soggiorno. Ma la donna si presenta comunque a casa sua portando una pianta di schefflera e un chilo e mezzo di salmone affumicato. Maggie non se la ricordava così (l’aveva vista una sola volta nel Rhode Island durante un bar mitzvah): Zelda sembra ringiovanita, con trenta chili in meno e i buchi alle orecchie e, cosa molto apprezzata, ben disposta verso i mestieri di casa...

L’infanzia passata tra le città minerarie dell’Ovest a seguito del padre, ingegnere minerario; l’adolescenza in Cile, nella quale spesso ha dovuto fare gli onori di casa al posto di sua madre, chiusa nella sua stanza in compagnia di una bottiglia. L’età adulta passata a bighellonare tra la California e il New mexico: tre mariti, quattro figli tirati su praticamente da sola, innumerevoli lavori: centralinista, domestica, insegnante di spagnolo. La scoliosi l’ha afflitta per tutta la vita, come, per lunghi tratti, la dipendenza dall’alcol. Non c’è mai stata pace per Lucia Berlin (Alaska 1936 - Marina del Rey 2004), una donna dall’esistenza tormentata, le cui incredibili esperienze non potevano che costituire una quantità considerevole di materiale narrativo, riversatosi nei suoi racconti (ne ha scritto oltre settanta, rivalutati, si può dire, tutti postumi) in maniera originale e spiazzante. La Berlin racconta a cuore aperto, con semplicità; racconta di sé ma noi riusciamo “solo” a percepirla, la sua anima incarnata negli innumerevoli volti che popolano le sue storie: Claire, Lucha, Maggie, Laura. Quanta solitudine nelle sue donne, esseri straordinariamente vitali: bambine ascoltate molto poco dai genitori, a volte caricate di responsabilità che non dovrebbero loro competere; adulte che amano profondamente, ma finiscono sempre per essere tradite e abbandonate da mascalzoni tossici, rozzi pseudo-artisti in cerca di gloria; e c’è qualcosa di commovente nel modo in cui esse reagiscono alle ferite cercando di conservare la dignità, rifugiandosi nell’ironia, aggrappandosi le une alle altre; cercando conforto nell’amore dei figli, spesso – molto spesso – nell’alcol, o ricominciando daccapo in un altro luogo, mostrando una facilità di adattamento fuori dal comune. Quel grande spirito di adattamento che solo persone prive di vere e proprie radici (come la Berlin) possiedono. Autori per i quali la scrittura rappresenta un vero e proprio luogo del cuore. Eccola, in un’intervista pubblicata per la prima volta nel 2016 sul “Literary Hub” ma condotta nel 1996 da due suoi allievi dell’Università del Colorado, nella quale l’autrice ha insegnato negli ultimi anni della sua vita. La domanda è semplice: cosa l’ha spinta a scrivere?: “ Per la gioia di farlo. È un posto dove andare. Senza dubbio è un posto in cui mi trovo… in cui sento di trovare la parte onesta di me. Quando ho cominciato a scrivere ero sola. Il mio primo marito mi aveva lasciata, avevo nostalgia di casa, i miei genitori mi avevano ripudiata perché mi ero sposata giovanissima e avevo divorziato. Scrivevo solo per… per tornare a casa. Era come andare in un posto in cui mi sentivo al sicuro. Perciò scrivo per fissare una realtà”. La Berlin non percepì mai la sua scrittura in termini poetici o politici; era consapevole di non avere orde di lettori al seguito, ma sapeva che chi la seguiva lo faceva rispondendo in modo molto emotivo. Affermò di non cercare necessariamente la gloria con i suoi racconti, men che meno il denaro (firmare i contratti con le case editrici la mandava in confusione). Lucia, cercava una casa.



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