Serotonina

Serotonina
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Florent-Claude Labrouste è francese, ha quarantasei anni e lavora come funzionario presso il ministero dell’agricoltura. Detesta questo suo nome, che affonda le radici forse in due parenti dei genitori, e oltre alla forma e al suono trova ridicola la combinazione fra le due parti: Florent è troppo dolce, quasi androgino, lontano dai suoi lineamenti marcati e virili, Claude è orrendo e lo riporta alle Claudettes e a un brutto video vintage di Claude François. Al di là dell’aspetto tutt’altro che effeminato, Florent si sente “un inconsistente culattone” senza nerbo, incapace di imporre la giusta direzione alla sua esistenza. Quando tutto ha inizio si trova in Spagna, nella provincia di Almeria, a cinque chilometri da El Alquián. È fermo a una stazione di servizio Repsol ed è in attesa tutt’altro che spasmodica della sua compagna giapponese Yuzu, quando un maggiolino Volkswagen si ferma e ne scendono due ragazze belle da mozzare il fiato, una mora e l’altra castana, i vestiti leggeri come si addice al clima torrido e il look in tutto e per tutto quello di due hippy… I primi antidepressivi aumentavano i livelli di serotonina nel sangue, inibendo la ricaptazione da parte dei neuroni 5-HT1. A rivoluzionare per sempre il mercato degli psicofarmaci è stato il Capton-D-L (poi messo in commercio come Captorix), che usa un meccanismo più semplice e diminuisce le possibilità che si sviluppino tendenze suicide. Gli inconvenienti: nausea, scomparsa della libido, impotenza. Ma Florent non ha mai sofferto di nausea…

A proposito di molti personaggi discussi – o discutibili – e spesso anche di molti autori di culto si pronuncia l’inflazionata frase “o si ama o si odia”. Se c’è un romanziere contemporaneo per il quale s’attaglia magnificamente quest’affermazione, questo è il francese Michel Houellebecq, uomo mai banale e spesso al centro di polemiche per le sue dichiarazioni a tutto campo. Si dice anche che gli scrittori sono profeti, visionari, e anche di questa virtù divinatoria l’autore si è fatto spesso interprete riuscendo a far coincidere alcuni aspetti di ogni sua nuova fatica con eventi particolarmente eclatanti se non addirittura tragici. Il suo Sottomissione, che preconizzava un futuro in cui la politica francese sarebbe stata ridotta a una scelta fra gli estremismi opposti della destra lepenista e dei neonati Fratelli Musulmani, usciva nei giorni immediatamente precedenti al tristemente famoso attentato dei terroristi islamici nella redazione della rivista satirica parigina “Charlie Hebdo”. Serotonina, invece, che consolida (dopo l’uscita nel 2017 di In presenza di Schopenhauer) il suo approdo a La Nave di Teseo insieme a molti altri narratori provenienti dalla diaspora di Bompiani, è giunto sugli scaffali all’incirca nelle settimane in cui nelle piazze francesi infuriava la guerriglia urbana dei gilets jaunes contro Emmanuel Macron: proprio il presidente che viene citato nelle prime pagine del romanzo e che dovrà fronteggiare le accese proteste degli agricoltori, minacciati dai prodotti esteri, nei capitoli successivi. Detto di questa grande abilità di Houllebecq di allacciarsi alla realtà e di raccontarla o anticiparla (qualità che anche i suoi detrattori difficilmente gli possono non riconoscere), veniamo alla scrittura, che è sempre caustica e polarizzante, nel bene e nel male, tanto che riesce a promuoversi da sé – basta una sfogliata veloce a un suo romanzo per esserne rapiti o per decidere di gettarlo via – e ad alimentare polemiche e dibattiti. In Serotonina il suo alter ego è come da copione un maschio francese di mezza età, bianco, tendenzialmente conservatore, con idee sulla vita, sulla donna e sulla politica decisamente peculiari. Enumera con cinica facilità un lungo elenco di partner, preferibilmente straniere (“è sbagliato che due persone che si amano parlino la stessa lingua, è sbagliato che possano davvero capirsi”), con cui ha intrattenuto relazioni amorose o solo sessuali di durata variabile, sciorina nel giro di pochissime righe varie gradazioni dispregiative della parola “omosessuale” (“culattone”, “frocio” e “finocchio”), messe lì quasi come avvertimento per i neofiti che si avvicinano alla sua prosa: Houellebecq è questo, prendere o lasciare, e il materiale linguistico, malgrado raggiunga spesso vette molto alte, non disdegna virate volgari e politicamente scorrette, ma sempre perfettamente amalgamate nell’impasto complessivo. Il tema che dopo il primo terzo del romanzo diventa fondamentale è quello dell’abbandono, inteso nel senso quasi pirandelliano di troncare di netto i legami che si sono instaurati, sistemare ogni cosa e sparire nella notte senza avvertire nessuno, come un fantasma. È questo il proposito di Florent, un’idea che matura e a cui forse il lettore stenta a credere, ma poi prende corpo perché Houllebecq ci accompagna per mano nella più classica delle sospensioni dell’incredulità, e tutto ci appare meno utopistico e più verosimile. L’insoddisfazione dell’uomo contemporaneo – e del maschio contemporaneo, diremmo noi, visto che il tema della virilità è un altro leitmotiv houellebecqiano – giunge a un livello di sublimazione tale da richiedere una exit strategy altrettanto estrema e totale. Nel periodo immediatamente successivo Florent ha tempo e modo di lavorare su sé stesso e rimuginare sul suo passato, rimpiange le occasioni perse e inizia a fare uso di un potente antidepressivo che abbatte i residui di vigore sessuale. È come se, persa la possibilità di avere rapporti, per la prima volta Florent riuscisse a vedersi per come è: un uomo insoddisfatto di sé. Serotonina è una lettura che scorre con profondo coinvolgimento, che può persino riuscire a farvi sorridere se condividete il tipo di umorismo naïf e cattivo di Houellebecq, ma dovrete perdonargli qualche scivolone (l’elogio a Francisco Franco, definito “un gigante del turismo” e uno statista lungimirante per aver investito sul terziario, la misoginia che scorre sotterranea come in tutta la sua produzione, svariati altri giudizi personali di Florent/Michel in linea col suo non essere di certo un fervente progressista). Soprattutto riesce a esprimere appieno lo Zeitgeist di questa fine di decennio, di questa contemporaneità nella quale ai problemi intimi e privati (la vita di coppia traballante, gli appetiti insoddisfacibili, un uomo di mezza età che è appena in tempo per ritrattare e comprendere che ha dato peso alle cose sbagliate, la depressione) si affiancano quelli collettivi e sistemici della civiltà occidentale: la voglia di sicurezza e di protezione dei cittadini, l’auspicio che si possa tornare a una società chiusa dove il mercato globale non detti legge mettendo a rischio il lavoro e le persone, la rabbia del popolo che si sente minacciato.



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