Serve una casa per amare la pioggia

Marco e Norma-Jean si ritrovano ancora una volta, un altro giovedì, l’uno davanti all’altra per un incontro che sembra una sfida, una mezz’ora dai toni asfissianti e tesi in una sala della prigione di Sollicciano. Sotto lo sguardo dei secondini “convinti di assistere da una settimana all’altra a una scena d’amore o di rottura” , Norma-Jean tenta un contatto più profondo con Marco, che invece appare freddo, chiuso, soffocato dalle mura della prigione quanto dalla colpa del crimine commesso. Eppure Norma-Jean, settimana dopo settimana, si prepara con grande scrupolo e meticolosità e parte dalla stazione di Empoli all’alba, incapace di ipotizzare un ritardo, in anticipo cronico, prevedendo ogni possibile intoppo pur di presentarsi puntuale al colloquio con Marco. D’altronde è per questo che da Parigi si è trasferita in una modesta abitazione della piccola cittadina toscana: per essere vicino alla prigione dove Marco è rinchiuso e condannato all’ergastolo. Il marito di Norma-Jean, psicanalista totalmente in balia del fascino della moglie - fragile e oscura, forte e sfacciata - ha accettato tale cambiamento e si ritrova a fare da pendolare tra la Francia, dove esercita per tre giorni la settimana (tra cui il giovedì), e l’Italia, incrollabile nelle sue dimostrazioni d’amore e di fiducia verso la propria donna…
L’analisi introspettiva e i toni da giallo fanno di Serve una casa per amare la pioggia un romanzo d’amore non banale: la giovane scrittrice francese dosa con grande sapienza pochi elementi per volta, facendoci addentrare lentamente in una storia cruda e ruvida. Ed in essa rimaniamo irrimediabilmente invischiati, sempre più bramosi di voler conoscere maggiori particolari, in cerca di una soluzione, di una possibile catarsi. La capacità di descrivere con tratti essenziali e vividi le azioni quotidiane e i gesti dei personaggi, ci permette di immaginarceli con nitidezza: la possiamo “vedere” Norma-Jean mentre cammina per le strade di Empoli, capello di carta in testa e sguardo distante, affascinante e misteriosa figura cardine del romanzo. La stessa scrittura sintetica, i pochi dialoghi e gli opportuni rimandi al passato accrescono nel lettore la percezione che i protagonisti vivano come sottovuoto, in assenza di amore, di condivisione, in assenza dell’altro. Sollicciano è il titolo originale del romanzo, tuttavia credo che la Thobois sia riuscita a dare l’idea che ognuno di noi possa rischiare di vivere all’interno di una prigione, per esperienze traumatiche subìte, involontariamente quindi, o per scelta di vita, per comodità o per un sentimento che si spaccia per amore ma che è più simile alla follia.

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