Seta e veleni

Seta e veleni
Il lago d’Aral era considerato fino allo scorso secolo il quarto lago più grande del mondo (tanto grande che in russo è l’Aralkoje More, il “mare di Aral”). Al suo interno c’era una piccola isola, Vozrozdenija, dove in piena guerra fredda l’Unione Sovietica segretamente portava avanti numerosi esperimenti per creare un vero e proprio arsenale batteriologico e così contrastare il nemico americano. Con il passare del tempo, i laboratori sono stati dismessi e nell’isola (che ormai è collegata alla terraferma da un solido braccio di terra) non rimangono altro che i fusti di antrace e tante altre sostanza tossiche che avvelenano quotidianamente la terra.  E’ proprio da questo angolo sperduto dell’Uzbekistan, al confine con il Kazakistan,  tra le carcasse dei pescherecci che un tempo garantivano ricchezza alla popolazione locale, che inizia il reportage di Duilio Giammaria nell’Asia Centrale. Un viaggio difficile in una zona dimenticata fatto in due precisi momenti di forte cambiamento dell’intera storia mondiale: il primo a ridosso della caduta di Berlino e l’ultimo a qualche giorno di distanza dalla tragedia dell’11 Settembre…
Una puntuale raccolta di annotazioni fatte durante la registrazione di tre diversi servizi giornalistici per “Frontiere” del Tg1, nella quale Giammaria racconta con lucidità e obiettività la mutazione traumatica - fisica ma anche politica - subita da una parte di quella che in passato era la Via della Seta e, successivamente, della potenza economica sovietica, in cui misteriosamente possono verificarsi morie di animali, di cui non sarà mai scoperto il responsabile. Una zona non più attraversata da mercanti europei o turisti giunti “al sud” a riposare durante le vacanze estive imposte dal governo centrale, ma divorata velocemente dal deserto che, in aggiunta al clima infelice che la attanaglia, la rende ormai uno dei luoghi più inospitali della terra. Giammaria ci conduce in terre poco note dai nomi esotici, come il Karakalpakstan, passando anche per metropoli come New York o Mosca, abitata (o sarebbe meglio dire infestata) da oligarchi o piccoli apparatchik che costituiscono la schiera dei nuovi-russi, la minoranza che al momento detiene potere e ricchezze, interessata solo a fare soldi e ostentarli in status-symbol di dubbio gusto. Alla fine si rimane con un grande senso di inquietudine per lo scempio ambientale descritto e di stima nei confronti di quei giornalisti che hanno ancora la forza di mostrare il sistema in tutta la sua corruzione e di raccontare la verità ad ogni costo. E in Russia, purtroppo, come ci ricorda l’autore alla fine del libro (ricordando i casi Politovskaja e Klebnikov), questo può voler dire anche a costo della propria vita.

 

 

 
 
 
 
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