Sette giorni perfetti

Sette giorni perfetti
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Sarah Evelyn Mackey conosce l’artista falegname Eddie David nel Gloucestershire, suo territorio di origine, dove vivono i genitori di lei, proprio in un momento della sua vita in cui tutto sembra irrimediabilmente perduto: l’avvicinarsi dei quarant’anni, la separazione, il vivere in un Paese che non è il suo, perché dopo aver sposato Reuben si è trasferita in California... Sono le meravigliose sorprese della vita che va avanti per settimane, mesi, anni sempre uguale a se stessa, ma nello spazio di un attimo travolge tutti i piani. Trascorrono una bellissima settimana insieme, dopodiché Eddie parte per una vacanza in Spagna e lei torna in America, ma si danno appuntamento da lì a sette giorni per ritrovarsi e riprendere da dove hanno interrotto. Lei rientra puntuale, lui fa perdere le sue tracce. E Sarah comincia a preoccuparsi che sia successo qualcosa, non perché si è illusa, come sostiene la sua amica Jo, ma perché non avrebbe senso nulla, Eddie è single, disponibile e lo è anche emotivamente. Quando si sono salutati, poi, non era affatto un addio, era un arrivederci e poteva essere soltanto così visto che lui aveva anche “azzardato” un “Penso di essermi innamorato di te”... Dalle app del cellulare e di Internet, Facebook compreso dove lui le aveva chiesto l’amicizia quella settimana, risulta assente dal giorno in cui si sono salutati mentre lui stava facendo la valigia. Eppure il telefono, quando lei chiama, squilla. Sono tutti i messaggi che lei gli invia ovunque che non hanno risposta e non vengono nemmeno letti, solo consegnati...

“Per fortuna tu, non essendo cresciuto ai tempi di Internet, non conosci le meschinità che si fanno per rintracciare una persona online”. Già solo questa frase detta da Sarah al nonno in un momento di condivisione dei propri sentimenti basterebbe per una lunga, lunghissima riflessione sui nostri comportamenti “social”, spesso non soltanto per trovare qualcuno, ma anche per spiare che cosa fa, chi frequenta, cosa pensa... Questo romanzo ci mette di fronte alle nostre responsabilità, alle nostre bugie, ai nostri atteggiamenti sbagliati, a quell’essere “stalker” anche senza volerlo, ma magari perché pretendiamo una spiegazione che forse non ci è nemmeno dovuta o, magari, forse è soltanto meglio non conoscere. Ma il romanzo della Walsh non è soltanto questo, ha momenti di grande poesia e di esaltazione dei sentimenti, tutti, nessuno escluso. Struggente è il legame con la sorella morta, fatto di ricordi e di lettere mai spedite; intenso è il rapporto d’amore al centro della vicenda, ma anche l’odio profondo che non viene mai meno, il rancore mai sopito, con il suo carico di maledizioni e invettive. Ma quello che più risalta al lettore è che tutto quello che si è immaginato in realtà non è e la verità comincia a saltar fuori, a piccoli passi, soltanto dopo 250 pagine. E ti sorprende. Da questo punto in poi la storia continua a dipanarsi, a chiarire qualche aspetto, ma il bandolo della matassa resta ben nascosto, tanto da immaginarsi ciò che non è, e il colpo di scena è sempre dietro l’angolo. Alla fine, con grande maestria, tutte le situazioni vengono chiarite e tutti i tasselli inseriti nel contesto in una grande opera prima, scritta con cura e che affascina dalla prima all’ultima parola, intrise d’amore, di disperazione, ma anche di grandi capacità umane di riscatto e di perdono.



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