Sette maghi

Sette maghi
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Zhāng Qiān parte dalla Cina verso l’Occidente per cercare il Paese del Sogno, la terra più bella del mondo, ricca di oro, di gemme e di avorio e guidata da uomini saggi che la chiamano India… All’imboccatura di un fiordo sul mare d’Islanda il giovane Nonni contempla una nave meravigliosa, più grande di qualsiasi altra mai apparsa in quei luoghi, “più bella della nave dell’anima” che è solito portarlo coi pensieri in Paesi lontani. In lui si fa strada il desiderio di diventare un conquistatore, come Napoleone Bonaparte. Cresciuto in una fattoria vecchia e pericolante, decide di comprarsi un paio di occhiali dalla montatura d’argento e inizia a leggere libri sulla storia dei Turchi e delle Crociate, crede forse che un paio di occhiali bastino a fare di lui un grande conquistatore? Þórður è un vecchio zoppo che partecipa con regolarità alle riunioni del sindacato, sostiene la lotta di classe con grande fervore senza mai averne preso parte, perché non gli salterebbe mai in mente di picchiare qualcuno. Preferisce fare le cose per bene, fino al 9 novembre 1932, il gran giorno della storia del movimento operaio islandese… Uno sguattero di nove anni si incammina per portare il caffè ai falciatori in una sera d’estate. Lungo il tragitto sbuca da dietro un angolo un cavallo bianco che ha qualcosa di magico, quasi fosse stregato e gli pare che il destriero non sia una bestia, ma che lo osservi con occhio umano: che sia forse uno spirito dell’acqua con sembianze equine?

Halldór Laxness è il grande mago dietro lo spazio scenico di una narrazione geometricamente perfetta. Leggerlo è un piacere non solo per l’alta qualità letteraria dei suoi frammenti, ma perché è in grado di costruire in poche pagine un intreccio narrativo originale e compiuto. Può sembrare che gli otto racconti, scritti fra il 1925 e il 1941 e ambientati in epoche diverse, non abbiano nulla in comune oltre all’acume formale. In realtà è l’ironia il tema ricorrente dell’intera raccolta, che diventa sarcasmo, derisione, scherno o satira a seconda dell’epilogo riservato ai personaggi.Dall’emissario imperiale dell’antica Cina realmente esistito all’immaginario capitano dell’aviazione fascista Pittigrilli, Halldór scrive favole denunciando la Storia. E cita la Storia per raccontare favole. Perché “la differenza tra un romanziere e uno storico è questa: che lo scrittore racconta menzogne deliberatamente e per il gusto di farlo; lo storico racconta menzogne nella sua semplicità e immagina di dire la verità”. Chi si aspetta una morale o un insegnamento ne resterà deluso, non c’è alcun significato “altro” nascosto fra le righe dei racconti: c’è solo lo scrittore, che ci regala attraverso le parole il suo personalissimo sguardo sul mondo e l’autentica bellezza della letteratura.



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