Sette piccoli sospetti

Sette piccoli sospetti
Sono sette, hanno dodici anni e sono decisi a rapinare la banca del paese. D’altronde anche quelli della banca sono in sette, lo scontro si giocherebbe alla pari. Eccoli lì, sette piccoli eroi degli anni ’80, quando ancora si giocava per strada, in libertà: Billo, giocatore nella squadra di calcio dei pulcini della Roccellese grazie allo zio Michele, ha una mamma depressa perché il padre se ne è andato e lo si aspetta come dovesse arrivare il Messia pur sapendo che non tornerà e meno male allora che c’è la nonna a passargli qualche sigaretta sottobanco; Corda, scapestrato secondogenito di una famiglia agiata con tanto di cameriera al seguito, fratello che studia in collegio e sorella petulante; Gorilla, vessato dal fratello che è un mezzo delinquente e che lo costringe a spacciare; Ranacci, figlio di  un sindacalista convinto che si rivelerà essere un truffatore; Cecconi il cui destino è già segnato ché i suoi vendono abusivamente la frutta di stagione con l’Apecar senza avere la licenza; Lonica, futuro boxeur il cui padre sta morendo di tumore all’intestino ed è certamente la persona che gli è più cara al mondo; Fostelli, figlio di uno spazzino e di una santa donna devota alla Madonna, prossimo all’entrata in seminario nonostante i tentennamenti. Rapinare la banca diviene, per questi ragazzi di un paese di provincia del centro Italia, l’occasione d’oro per migliorare il corso di esistenze già instradate, o almeno così sembra, nonostante la giovanissima età. È chiaro che, nonostante riescano ad escogitare il piano perfetto, debbano fare i conti con una vecchia presenza, ammantata di mistero, temuta e idolatrata, di ritorno in città: Sebastiano Ardenti, alias Il Messicano, indagato per l’omicidio di due sindacalisti pur non essendone responsabile. Si è fatto sei anni su dodici di gattabuia senza essere colpevole, molto semplicemente qualcuno lo ha incastrato. Chi? Quali sono poi i veri rapporti tra il Messicano, un tempo il boss della malavita di zona, e Giuliano, il fratello di Gorilla? Riusciranno a spartirsi il potere senza spargimenti di sangue? I nostri piccoli indiani, viene spontaneo chiamarli così, riusciranno a portare a termine il colpo o saranno altri ad arrivare prima di loro?
Christian Frascella, dopo un esordio con i fiocchi e con i botti (Mia sorella è una foca monaca ha venduto oltre quarantamila copie, ha ottenuto un riscontro di critica e pubblico invidiabile e sta per sbarcare sul grande schermo) torna agli anni ’80, anni che ha vissuto e che ripropone anche per esigenze di coerenza narrativa. Eh sì, perché se avesse ambientato Sette piccoli sospetti nel 2010 non ci avrebbe creduto nessuno che un gruppo di ragazzini si trovasse tutti i pomeriggi a giocare per strada fregandosene della tentazione del mostro digitale. Ecco che allora Frascella, con una capacità narrativa innata, pura, autentica, comica e drammatica allo stesso tempo, riesce a regalare un romanzo corale senza dimenticarsi mai di nessuna delle sue creature. I protagonisti sono tutti importanti allo stesso modo, il lettore si affezionerà a loro con spontaneità, sviluppando simpatie e preferenze, entrando in connessione con il mondo sommerso di ognuno di loro: è infatti l’unico ad essere onnisciente, a lui è concessa una visione globale e completa, impossibile per gli altri. I dialoghi sono perfetti, calibrati, evidentemente frutto di un lavorio incessante in merito, le dinamiche - per quanto vicine allo stile spaghetti western e alla cinematografia di Leone in certi punti - sono credibili nel loro essere paradossali e tendenzialmente impossibili, ma tutti sappiamo quanto l’immaginazione di chi non è ancora adulto possa essere prolifica. Insomma, Sette piccoli sospetti è un romanzo sul significato del sogno, sul covare un desiderio di miglioramento e sperare di vederlo realizzato. Ma è anche una storia che scava nei legami famigliari, nelle realtà che si celano dietro le porte di casa, una favola moderna di formazione, di passaggio, quasi un rituale di iniziazione verso l’età adulta, un riconoscimento graduale e una accettazione degli uomini che saremo, oltre i problemi dei nuclei di origine, oltre la mera contingenza del reale. Un percorso a cui nessuno può sottrarsi: il prezzo da pagare è lasciare indietro qualcosa di noi stessi, gli eventi importanti sono destinati a scavare solchi, lasciare segni e chiedono sempre un pegno.

Leggi l'intervista a Christian Frascella

 

 

 

 
 
 
 
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