Severina

Severina

Nell’antico borgo di Civitella c’è una piazzetta sulla quale si affaccia l’Istituto Femminile “San Camillo de Lellis”. In quella piazzetta è accaduto un incidente: durante gli scontri tra le leghe operaie e le forze dell’ordine, un giovane è rimasto ucciso. L’indagine della polizia richiede, ora, la testimonianza di una suora, presente durante il “fattaccio”: Suor Severina, insegnante di latino e letteratura italiana. La Madre Superiora le suggerisce di far volgere la deposizione a favore “dell’Autorità”, nell’interesse, principalmente, dell’Istituto e delle sorti dello stesso legate alla parificazione con le scuole statali. Suor Severina rifiuta il compromesso e testimonia ciò che ha visto: la violenza provocata e portata dalle forze dell’ordine, il susseguente tafferuglio e la morte del giovane. La reazione feroce e scomposta della Madre Superiora, l’improvviso interesse dell’'opinione pubblica per la suora “ribelle”. Severina, valigia in mano, stremata dal gesto e dallo sforzo, fugge dall’Istituto e si fa accompagnare a Castelvecchio, paese natìo, dove il padre don Fulgenzio amministra le proprie terre, da un anno risposatosi con donna Teodolinda. Là, in mezzo alle vigne e ai sentieri d’infanzia, Severina ha modo di riprendersi e di riflettere, di parlare con il padre e spiegargli (spiegando al contempo a sé) cosa è successo, perché ha abbandonato il convento e, cosa ancora più importante, come già detto a don Gabriele - prima direttore spirituale dell’Istituto, ora in graduale allontanamento dalla Chiesa ufficiale - perché si è ritrovata sulla soglia della Chiesa, non più ferma nel credere, ma inquieta nella speranza…

Romanzo ancora in correzione nei giorni della morte di Ignazio Silone nella clinica di Ginevra, arrivata in seguito a una fulminea lesione cerebrale nel 1978, Severina è da scrivere e riscrivere ancora nel desiderio dell’autore. Dorina, la moglie, ne prende in custodia il manoscritto per curarlo e portarlo a Geno Pampaloni per la pubblicazione. Il cammino di Severina è cammino di liberazione (la testimonianza di ciò che ha visto, smettendo così gli abiti monacali e il dovere imposto e corrotto dagli interessi) e di tensione verso gli umiliati e gli oppressi – verso loro, infatti, sente di dover muovere Severina, una volta riavutasi dall’'esaurimento dovuto al distacco dalla Chiesa-istituzione, nella forma dell’Istituto. Inquieta, sulla scia di altri “passi” siloniani: Pietro Spina di Vino e Pane, l’eremita Piero Angelerio del Morrone poi Papa Celestino V – per Dorina, anche Silone stesso, nell’allontanamento dal PCI – sente l’oppressione degli ingranaggi sociali e ricerca la via per avvicinarsi “all’umana verità”, si sposta dal “credere” alla “speranza” che cresce con forza dentro di lei, come quando sale il Gran Sasso, libera ed apre lo sguardo intorno. In Severina, Silone osserva le tracce della vicina in esperienza di pensiero Simone Weil: scrive Dorina, “Severina è Simone Weil come si era maturata in Silone”.



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