Sex robot

Il primo robot con finalità sessuali è stato presentato nel 2010 presso l’Adult Entertainment Expo a Las Vegas. Un’idea dell’imprenditore Douglas Hines, ma non solo. Il nome del sex robt dalle fattezze femminili è Roxxxy, è alta un metro e settanta e il suo aspetto può essere personalizzato in base ai gusti dell’acquirente. Le versioni realizzate spaziano dalla Roxxxy Wild a quella Frigid, ma al momento non risulta ne siano state vendute. Esistono ovviamente prototipi di altri produttori e non manca la controparte maschile, Si tratta di prodotti ancora sconosciuti in Italia. Ma per quanto? L’idea di partenza è che tali robot servano a soddisfare le esigenze di persone con disabilità o fare compagnia agli anziani (per i quali sono disponibili e utilizzati con buoni risultati i pet robot). Cosa c’è di amorale a fare sesso con un robot? Non è forse come utilizzare un qualsiasi sex toys? Violentare un robot con sembianze femminili programmato per respingere le avances sessuali rientra nell’ambito del gioco e del divertimento o è segno di perversione e devianza sessuale? È possibile che persone psicologicamente fragili si innamorino di un robot e altre ne abusino per scaricare frustrazione e violenza. Dov’è il limite? È opportuno porlo dato che in fin dei conti si tratta di oggetti, per quanto antropomorfizzati? Il piacere sessuale dipende da gusti e preferenze ed è soggettivo. Il sesso tra persone consenzienti non va giudicato, a prescindere dalle pratiche e dagli oggetti usati. Inclusi i sex robot. “Il sentimento di rifiuto verso cose nuove si attiva regolarmente”, è questo che ci frena o ha ragione la sociologa inglese Kathleen Richardson a chiedere la messa al bando dei sex robot, al fine di proteggere le donne da un eventuale e temuto aumento degli stupri causato dalla “disumanizzazione del sesso”? Gli uomini sapranno distinguere la realtà dalla fantasia nel relazionarsi con le donne?...

Il termine “robot” deriva dalla parola ceca “robota”, che significa lavoro pesante. Nel 1920 il drammaturgo Karel Čapek lo ha utilizzato per la prima volta nella sua opera I robot universali di Rossum , per indicare uomini artificiali composti da materia organica. La popolarità del testo e l’uso del termine da parte di scrittori di fantascienza e scienziati, ha fatto sì che si diffondesse fino ad acquisire il significato odierno: “un congegno che opera meccanicamente, agendo in base alle sue funzioni e ai comandi che ha ricevuto”. La robotica negli anni ha fatto passi da gigante in ogni settore e lo sviluppo tecnologico non potrà che rendere i robot sempre più sofisticati e funzionali. Anche per il sesso. Lo studioso Maurizio Balistreri, ricercatore di Filosofia morale all’università di Torino e autore di saggi dedicati a temi di bioetica, esamina la sessualità umana in relazione ai robot. Nel testo Sex robot il linguaggio è schietto, senza edulcorazioni. Balistreri analizza il concetto di moralità in merito al fare sesso con i robot, parla di violenza sulle donne, stupro e pedofilia e come possono essere utilizzati i sexbot – termine contratto ‒ nel controllo dei sex offender. È possibile che solo persone depravate e con inclinazione alla violenza possano essere interessate all’acquisto? Si tratta di semplici oggetti, giocattoli sessuali, o l’intelligenza artificiale che verrà via via sviluppata li renderà qualcos’altro? L’autore riporta le considerazioni di diversi studiosi sull’argomento dando spazio a chi è contrario alla loro costruzione e a chi è favorevole, per poi trarre le proprie conclusioni. Non trascura inoltre come l’antropomorfizzazione dei robot possa portare alcune persone a innamorarsene. Alcuni concetti sono destabilizzanti, ma è pur vero che molte cose ritenute un tempo impensabili oggi sono concrete e per quanto la tecnologia attuale non consenta di avere ancora macchine perfettamente simili a noi, non è detto che ciò un giorno non accada. Sarà impossibile allora sfuggire a un confronto in termini giuridici, di etica e di responsabilità. E forse sarà un problema che lasceremo alle nuove generazioni. Arricchisce il testo un saggio della professoressa Georgia Zara del Dipartimento di Psicologia di Torino.



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