Sfida al patriarcato

Sfida al patriarcato
La Bibbia ebraica, come la tradizione cristiana, si fonda sul principio del patriarcato, avallando l’egemonia maschile e la conseguente subordinazione femminile. Il divario tra il numero di donne e di uomini presenti è già di per sé indicativo dell’intento androcentrico del testo sacro: sono infatti inseriti complessivamente 1426 nomi, di cui 1315 maschili. Le 111 donne citate rivestono ruoli marginali e restano per lo più isolate all’interno della tenda o della casa, silenziate e dimenticate, ammutolite e inascoltate. La letteratura biblica, che pure le racconta, soffermandosi sui loro drammi (la sterilità, i parti difficili e dolorosi, il ripudio e l’abbandono dei mariti), tende a dipingerle in modo stereotipato, insistendo a rappresentarle in coppie rivaleggianti, nemiche, cosicché da renderle ancora più sole, e succube degli uomini. Pensiamo, a tale proposito, a Sara e Agar (la “libera” e la schiava, che generano eredi in nome della promessa di Dio e di Abramo), a Lia e Rachele (le due sorelle, entrambe mogli di Giacobbe, la prima non amata, ma fertile, la seconda amata, ma sterile), a Marta e Maria (le sorelle, amiche di Cristo, l’una operosa, l’altra contemplativa). Il “divide et impera” è il doppio imperativo su cui si reggono le Scritture, secondo una visione che asseconda la cultura patriarcale, fomentata dal protrarsi di un antagonismo atavico, prepotentemente postulato. Le donne, ciò che significano, sono talmente residuali in questa monumentale narrazione di Padri, da trarre in inganno persino i più autorevoli traduttori, ai quali è sfuggita una piccola eccezione, illuminante e rivoluzionaria, nella storia del Primo Testamento. Parliamo del Libro di Ruth, nel quale brilla la complicità tra due donne: la suocera Giudea Noemi e la nuora Moabita Ruth, evidenti segni di discontinuità rispetto alla tradizione tramandata…
E se allora Ruth lo avesse scritto una donna, una donna saggia, con il senso dello humour e dell’ironia? Da questa ipotesi l’autrice di Sfida al patriarcato muove il suo studio, partendo dalla traduzione del testo, che mostra una matrice femminile precisa della scrittura, evidenziata peraltro dalla grammatica ebraica, eppure ignorata da tutti gli esegeti. Vedove e “vuote” di uomini, con la ricchezza nel cuore, Noemi e Ruth, riportate alla luce dalla studiosa Tea Frigerio, percorrono unite la strada verso Betlemme e contro ogni regola, aspettativa, schema precostituito, si impegnano in un’alleanza per la vita, garantendo a se stesse e al popolo, una nuova discendenza. Il patto di cui si fanno protagoniste è quello della sororità, ovvero dell’amicizia che le contraddistingue, facendole agire con consapevolezza, libertà e determinazione, nonostante la loro esistenza sia tracciata sulle linee della reggenza dei Patriarchi. In questa prospettiva, la lettura del saggio si fa affascinante e generosa di spunti di riflessione. Ci aiuta infatti a rivisitare, decostruire e riedificare la storia delle donne, in quegli spazi che le hanno volute mute e accondiscendenti. Ma non solo. Frigerio si spinge oltre, legittimando proprio nella stipula del patto di sororità, ovvero nella pratica della solidarietà tra le due donne, il femminismo di ogni tempo, atto a superare l’alienazione causata dalla cultura patriarcale, che schiaccia, senza distinzione di sesso, gli esseri umani, in virtù della cooperazione e del confronto, dell’acquisizione del proprio valore e della propria indipendenza, fino alla conquista della propria identità. Tea Frigerio, missionaria saveriana, vive in Brasile dal 1974. Insegnante di Sacra Scrittura, è stata coordinatrice e direttrice del dipartimento di pastorale dell’Istituto di pastorale regionale. Dal 1985 è membro del Centro studi biblici e dal 1999 è animatrice del cammino di Lettura popolare della Bibbia in Italia.

 

 

 

 
 
 
 
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