Shakespeare’s kitchen

Shakespeare’s kitchen
Il Concordance Institute, un think tank all’interno del campus della Concordance University, Connecticut, è un’isola felice dove vive una cerchia ristretta di poeti, letterati e intellettuali. A loro si aggiunge Ilka, ricercatrice viennese che viene da New York e che ha un prepotente bisogno di farsi degli amici. Cosa che le riesce, dopo qualche tentativo andato a vuoto, quando viene introdotta nella casa del direttore dell’istituto, Leslie Shakespeare, e di sua moglie Eliza. Nella loro accogliente cucina gli studiosi si incontrano abitualmente, sorseggiano Bloody Mary e vino bianco, assaporano piatti vagamente aromatici e parlano. Parlano a ruota libera, scambiano chiacchiere e pettegolezzi, palleggiano frasi che vanno dal futile al feroce in un inesauribile pingpong. Passa un po’ di tempo e a Concordance arriva Jimmy Carl. Ilka lo aveva incontrato a una festa: era giovane, magro, ebreo e a disagio come lei, e le si era appiccicato come una ventosa. Ora per raggiungerla Jimmy ha lasciato un lavoro sicuro a Washington e si è lanciato nell’incarico di responsabile dei progetti dell’istituto, occupazione per la quale dimostra meno attitudine di un cercopiteco. Dopo aver respinto per innumerevoli volte le sue richieste di matrimonio, Ilka si rende conto di voler bene a quel caro e goffo Jimmy, tutto costole, clavicole e gomiti. E gli dice di sì. Nasce una bambina, succede una disgrazia e l’attrazione per Leslie (l’affascinante Leslie, con “la figura morbida di un uomo a cui piace mangiare e la splendida testa di un uomo che pensa”), a lungo tenuta da Ilka a livello subliminale, prende una piega diversa cambiando il corso delle cose...
Chi conosce Lore Segal, scrittrice ottantenne piuttosto parca nella sua produzione letteraria, conosce già anche Ilka. Protagonista de Il suo primo americano, torna in Shakespeare’s kitchen a fare da trait d’union in questi tredici racconti disposti in forma di romanzo, ma senza rapporto di consequenzialità fra loro. Ilka, austriaca e rifugiata, è una sorta di alter ego dell’autrice, che da piccola ha lasciato Vienna con uno dei primi treni del Kindertransport scampando così alla Shoah. Attraverso questa ragazza ostinatamente decisa a essere americana Lore Segal descrive lo sradicamento dell’immigrato che ha perduto una rete di parentele e il suo desiderio di contatti e relazioni che lo facciano sentire integrato. È una necessità di appartenenza quasi fisiologica e Ilka la sazia quando riesce a intrecciare un rapporto con gli Shakesperare, che nomina suoi “cugini elettivi” rendendo meno aleatorie le Wahlverwandtschaften di Goethe con un fittizio legame di sangue. Perché Ilka sa quanto possa essere garbatamente spietato quel colto microcosmo e come sia facile esserne banditi da un giorno all’altro, se si è venuti a noia. È capitato anche a Una, la precedente “favorita” di Eliza e Leslie, che è stata messa alla porta senza capire bene il perché. Neppure Ilka d’altra parte si mostra molto disponibile con una studentessa sua compatriota, ed è gentile ma granitica nel rifiutare i suoi insistenti inviti a cena. Così va il mondo. Ognuno esclude ed è escluso, soffre e fa soffrire sullo sfondo di drammi universali che esigono di non essere dimenticati (si veda l’episodio tragicamente grottesco del dispositivo misterioso e inspegnibile, che un giapponese ha installato nel palco del teatro di Concordance e che fa risuonare all’infinito le urla di Dachau e Hiroschima). La penna briosa e sottile di Lore Segal intreccia vite e conversazioni, gioie e dolori, in un libro leggero e verbosamente perfetto come un film del miglior Woody Allen. Con grazia, sagacia e un fondo di amarezza per quello che smarriamo e non potremo ritrovare: gli amori finiti, le amicizie dissolte, le persone che siamo state e non saremo più.

 

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